Si è fatto gran parlare, in queste ultime settimane, su alcuni quotidiani romani, del destino prossimo venturo di due episodi architettonici apparentemente distanti, quello del velodromo olimpico e quello dell'ala Cosenza alla Galleria nazionale d'Arte Moderna di Valle Giulia. Che cosa hanno in comune questi due edifici? Apparentemente nulla, divaricati per significato, per funzione e per i valori simbolici che evocano: da un lato il ricordo di Coppi, di Bartali e di Moser, dall'altro quello di Giulio Carlo Argan, di Palma Bucarelli, di Fontana, di Burri e di Guttuso. Qual è quindi il filo rosso che lega il destino di questi due luoghi pur tanto significativi della memoria storica romana? Nulla, tranne il fatto che ambedue gli edifici stanno per essere abbattuti, sostituiti da altri che meglio risponderebbero alle mutate esigenze funzionali di oggi. Perché quindi parlarne, dal momento che ambedue, per ragioni affatto differenti, versano oggi in condizioni deplorevoli e "quindi" meritano un'adeguata sostituzione? Perché comunque sono due straordinari "monumenti" della contemporaneità che, nella disattenzione generale, stanno per essere cancellati dalla faccia della terra. In tutti e due i casi nuovi edifici li sostituiranno, più confortevoli ed adeguati. Nel primo caso, un nuovo edificio polifunzionale frutto di un complesso programma di interventi per il recupero e la trasformazione che vedrà al posto della vecchia ed elegante struttura progettata da Ligini, Ortensi e Ricci in occasione delle Olimpiadi del 1960 un suo surrogato che, per tragicomica ironia della sorte e ipocrita suggerimento "tecnico", dovrà ricordare (così indicano gli esperti dei Comune e dell'Ente Eur) almeno la morfologia complessiva giudicata evidentemente ancora significativa e quindi interessante. Ma, allora, perché demolirlo? Se ne potrebbero salvare le strutture ancora facilmente recuperabili e insieme anche la funzione primaria originale, visto che peraltro di nuovo velodromo si sente parlare in una zona adiacente, quella del Lamentino 38 dove, anche lì, si parla di demolizione dei famigerati "ponti" che, una volta demoliti, andrebbero poi recuperati, come cubatura, nella stessa area. L'altro caso, quello relativo all'ala Cosenza della Galleria Nazionale d'Arte Moderna, in analogia, prevede la demolizione di questa cospicua e rara testimonianza di uno dei più qualificati architetti razionalisti del Novecento italiano, per lasciar posto al mesto progetto di un architetto svizzero à la page più adatto ad ospitare un autosalone in Brianza piuttosto che la più celebre Galleria d'Arte moderna di Roma. Strano destino davvero quello dell'architettura contemporanea in questa città, dove, da sempre, si invoca una rinnovata attenzione al Moderno e, quando, raramente, si pongono le condizioni per una sua concreta valorizzazione, si fa di tutto per eliminarne, anche fisicamente, la memoria. Cosa ne pensa, in proposito, il Ministero dei Beni Culturali che ha da poco costituito, addirittura, una nuova Direzione Generale competente per l'Architettura Contemporanea e pare che stia varando, finalmente, anche una nuova legge in grado di tutelare gli edifici di pregio che non hanno varcato la soglia dei fatidici cinquant'anni? Sarebbe interessante interrompere l'assordante silenzio ed ascoltare qualche parola di conforto; altrimenti, la prossima volta, viste le premesse, potrebbe toccare alla Casa delle Armi, allo Stadio Flaminio o a qualche altro troppo fragile "Monumento Moderno".
L'errore di demolire il "moderno" di Roma
Due edifici storici a Roma, il velodromo olimpico e l'ala Cosenza della Galleria Nazionale d'Arte Moderna, sono destinati all'abbattimento per far posto a nuovi edifici più funzionali. Il velodromo, progettato per le Olimpiadi del 1960, è stato oggetto di un programma di recupero e trasformazione, ma il suo futuro è ancora incerto. L'ala Cosenza, invece, è stata progettata da uno degli architetti razionalisti più importanti del Novecento italiano e sarà sostituita da un edificio svizzero. I due edifici sono stati oggetto di critiche per la loro destinazione all'abbattimento, considerati "monumenti" della contemporaneità.
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