Questo non è semplicemente un luogo, uno spazio fisico racchiuso nelle coordinate di una mappa. Questo panorama appartiene alla metafisica topografica. Sembra un colle; ma in realtà è un concetto, una radice semantica. E, prima ancora che dalla salita che porta alla sua sommità, una visita al Palatino dovrebbe prendere le mosse dallorigine di una parola - il Palazzo - che su questo rilievo ha trovato la sua prima rappresentazione, concreta e simbolica. Lidea di una sede suprema del potere - dalla capanna di Romolo ai fasti imperiali - ha sempre fissato la sua residenza ufficiale sul Palatium: il re dei Sette colli. Incoronato allatto stesso della fondazione da uninvestitura di carattere temporale (listituzione della cittadella regia), ma anche spirituale, perché è lintera altura a essere inaugurata come un tempio. Il segno di un destino che, secolo dopo secolo, strato su strato, ha concentrato in questi pochi ettari la più grande miniera archeologica del mondo. Paradossalmente ignorata da tanti romani che sul Palatino non sono mai saliti. È vero: si paga il biglietto dingresso. Ma, almeno una volta, bisognerebbe vagare tra queste rovine per prendere visione, in un colpo solo, di un intero trattato di storia romana. «Ber bucio! Bella fossa! Ber grottino! Belli 'sti serci! Tutto quanto bello!». Lo stupore, lammirazione, il disorientamento suscitati da uno spettacolo così ordinato e caotico, possono essere descritti in vari modi. Cè la meraviglia di Gregorio XVI in visita agli scavi del Foro - «Bene, diceva er Papa in quer macello» - sceneggiata dal Belli. Oppure, per andare sullattualità, le contorsioni del turista anglosassone in sandali e calzoncini che, già ai primi passi della visita, batte i piedi per terra ripetendo in continuazione: «I fucking cant belive it! I fucking cant believe it!» (tradotto liberamente: «Cacchio, non ci posso credere! Cacchio non ci posso credere!»). Senza arrivare al culmine delle crisi estatiche contemplate dalla sindrome di Stendhal, bisogna ammettere che questo colle, accavallando ruderi e cronologie, ti circonda e ti frastorna; suscitando, a volte, qualche sentimento perfino nel cuore delle gite scolastiche. Un fascino dovuto allincredibile accumulo di vestigia; ma anche, non cè dubbio, alla cornice ambientale e a quel colpo docchio che ti proietta nel prototipo del classico «paesaggio con rovine». Un intreccio di arte, ingegneria, natura, dove lordine geometrico delle colonne, sconvolto e inselvatichito, segue il calendario di stagione, dal giallo delle ginestre al rosso dei papaveri. Fino allOttocento lappalto per la ripulitura del Palatino e dellarea dei Fori era ancora molto appetito. Chi si aggiudicava la gara guadagnava fieno, cicoria, asparagi e soprattutto una misticanza di primordine (la rughetta migliore, tuttavia, stando alla tradizione, spettava alle Terme di Caracalla). La manutenzione del verde ha avuto le sue evoluzioni. Così come le mode degli alberi che, dopo le olmate papaline, hanno via via prediletto lecci, palme, cipressi... O i pini, tanto amati da Mussolini che li considerava un simbolo della romanità e che era intervenuto personalmente per salvare un esemplare (bellissimo, va detto, antifascismo a parte) che ancora domina la scena. Al di là degli interventi delluomo, coronati alla sommità del colle da quello che può essere considerato il primo orto botanico del mondo, gli Orti farnesiani, impiantati nel 1625, il Palatino ha però sviluppato una sua identità autonoma anche in materia di botanica. Malva e farfaraccio, rose canine e ranuncoli, capperi e pratoline. Ci sono piante - le chiamano vegetazione ruderale - che amano la decadenza delle civiltà. E le rovine del Palatino hanno dato vita a un habitat particolarissimo. Siamo al centro della città; ma il numero delle specie censite in questarea è estremamente vario. Anzi, di più: variegato, come può esserlo lincontro tra un corbezzolo portato dal vento del mare a uno storace volato chissà come dal Monte Gennaro. «Mira colà quella scoscesa rupe e quei rotti macigni, e di quel colle quellalpestre ruina, e quel deserto...». Il Palatino sembra occupare da sempre il centro della scena, geografica, letteraria, leggendaria. Si comincia dallEnea virgiliano. O anche da prima, dallantro di Caco, «mostro orrendo, ladron feroce, mezza fiera e mezzo uomo», ucciso da Ercole. Quando Romolo lo eleva al di sopra degli altri colli il Palatium è un rilievo arido, bitorzoluto, circondato dalle paludi, senza fonti dacqua (per secoli ci si abbevera alle cisterne). Ma è in posizione strategica. Controlla i guadi dellisola Tiberina e il Foro Boario, lo spazio del mercato. Letimologia, anche quando il Palatino diventa il Palazzo, servito e riverito, continuerà comunque a rammentare ai posteri le umili origini della rustica progenie. La radice «pala», oltre che al termine altura, si collega a Pales, una dea pastorale. E la fondazione dellUrbe, incentrata sul Palatium, avviene non a caso il 21 aprile: ricorrenza di una festa, chiamata Parilia, che segnava linizio dellanno agricolo e pastorale. Il Palatino odora dabbacchio. Ma non si accontenta di essere re. Si ammanta della porpora imperiale: Augusto, Tiberio, Caligola, Nerone, Domiziano, Settimio Severo... A vederlo dalla parte delle radici il colle è tutto un rincorrersi di antri e cunicoli. Negli Orti farnesiani ogni tanto si apre una voragine. Uno degli ultimi crolli, accanto a un grande leccio, ha aperto improvvisamente una finestra su un enorme ambiente sotterraneo: un criptoportico, dove probabilmente fu ucciso Caligola. Si scende, tra puntelli e impalchi. «Scopriamo nuovi locali, gallerie, aree mai scavate che riscrivono la topografia del colle». Sul Palatino tutto è molto conosciuto, tutto è da scoprire. E la professoressa Maria Antonietta Tomei si muove tra monumenti sommersi e cassette di cocci, apparentemente insignificanti, ma a volte - basta un timbro su un laterizio, o il frammento di unanfora - capaci di illuminare unintera ricerca. La vita quotidiana degli archeologi del Palatino passa, tuttavia, anche per larte di arrangiarsi. Il colle è attraversato da un reticolo di dissesti, statici e geologici. Intere zone pericolanti sono state chiuse al pubblico. Il crollo è sempre in agguato, con una certa evidenza. Il criptoportico, a vederlo da sotto, sembra reggersi su un castelletto di travi stortignaccole, una zeppa qui e una zeppa là. E tutto il rilievo è un accavallarsi di ponteggi e transenne. Un cantiere continuo, dove da una parte si scava e dallaltra si consolida. «I finanziamenti che ci arrivavano dal gioco del Lotto però si stanno esaurendo. I fondi arrivano a singhiozzo. E così ormai possiamo solo tamponare le emergenze, senza programmi». «Quello è larco di Tito? O di Settimio Severo? Dipende da dove siamo entrati. Da dove siamo entrati?». Lassenza di cartelli esplicativi è pressoché totale. Lesplorazione è confusa. Ma latmosfera del luogo, già completamente isolato dal traffico cittadino, non è turbata nemmeno dallinvadenza dello zelo didattico sponsorizzato. Lassenza di una sceneggiatura aumenta paradossalmente la scenografia: uno schermo sul quale proiettare una fantastica carrellata di trionfi e congiure, senza gli obblighi della precisione storica. Alla fine della scalata la visuale si allarga, circolarmente, sullintero panorama cittadino. Il Gianicolo, il Pincio, lAventino, altre terrazze hanno le loro magnifiche prospettive; sempre orientate, però, in questa o quella direzione. Qui, a confermare la centralità del Palatino, il giro dorizzonte è quasi completo. Per capire fino in fondo il Palatium, alla fine, bisogna però dargli unocchiata anche dallesterno. Scendere a valle, attraversare il Circo massimo, salire sullAventino. Ecco il colle vincente: una catena montuosa di archi, caverne, colonne. Assomiglia alle Dolomiti; ma è fatta di tufo, marmo, laterizio. E da tutti quei mozziconi di Passato, sparsi tra i prati, come margherite. «E guardate un po lì quer capitello... e guardate un po qui 'sto peperino». (7-continua)
la Repubblica
28 Agosto 2008
ROMA - i colli di Roma: in pericolo per i dissesti geologici; molti gli ambienti chiusi al pubblico
LU
Luca Villoresi
la Repubblica
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