Dal fornello da laboratorio, usato per preparare colla di coniglio e gesso di Bologna per le più fini stuccature, c'è chi è passato alla cucina e, appesi al chiodo pennelli e spatole, ha chiuso col restauro, per aprire ristoranti o pub. Ma c'è anche chi, non essendo riuscito a mettere da parte un capitale per inventarsi una nuova attività, dopo anni passati a recuperare affreschi e sculture, che però non davano da vivere, si è ritrovato a doversi arrabattare con quello che capitava. Come Marco, per 10 anni titolare di un'impresa di restauro, che nel '95 ha mollato e da allora ha fatto di tutto: ha lavorato in un supermercato, montato cucine componibili e alla fine si è riciclato all'interno di una impresa edile che si occupa di ristrutturazioni. Storie che affiorano dalla realtà caotica, per i più avvolta da un alone di fascino ma del tutto sconosciuta, costituita da una miriade di anomali "invisibili": nel Belpaese, in cui secondo stime ormai leggendarie sarebbe concentrato il 70 per cento del patrimonio artistico mondiale, i restauratori non si sa neanche quanti siano. Nel 2000 il Ministero delle Finanze ha contato 1.500 imprese, un numero che non rende certo l'idea di questo mondo complesso e frastagliato, che comprende i restauratori usciti dalle scuole più prestigiose, insieme ad altre decine di migiliaia, che con competenza scientifica e abilità manuale sono ogni giorno alle prese con i problemi della conservazione. Ma che non hanno vita facile. «Secondo la legge racconta Marco un restauratore non poteva essere pagato meno di 35 mila lire l'ora. Una spesa insostenibile per le soprintendenze. Così quando ci veniva affidato un lavoro si stabiliva un costo complessivo e poi si barava sulla durata del cantiere. Un lavoro che sulla carta doveva durare un mese in realtà si terminava in due e alla fine si guadagnavano 10-16 mila lire l'ora, che dovevamo anche fatturare. Ora non è più così, si parla di contratti. Peccato, però, che ci ritroviamo di fronte a un esercito di Co.co. co». Per la maggior parte di loro, nessuna garanzia e una sola regola: quella del prendere o lasciare. «Noi - continua Marco - lavoravamo fuori città, perché Roma è sempre stata impenetrabile. Impossibile pensare di poter entrare nelle liste delle imprese a cui le soprintendenze affidano i lavori». A puntare il dito contro l'affidamento diretto degli appalti e la mancanza di gare basate sulla valutazione del curriculum delle imprese sono in molti. Come Livia Potolicchio, coordinatrice nazionale di Fillea Restauro. E ora è tornato anche lo spettro delle gare al massimo ribasso, che per diversi anni erano state messe al bando dalla legge Merloni del '94. «Dal 2002 siamo ripiombati- nella discrezionalità più assoluta», afferma Filippo Talarico, presidente del coordinamento dei restauratori romani della Cna, la Confederazione Nazionale per l'Artigianato. «Con la 166 è stato introdotto il criterio del massimo ribasso assoluto, che in alcuni casi è arrivato fino al 50. Il che significa - sottolinea Talarico - tagliare su manodopera, sicurezza e qualità dei lavoro. In questa situazione noi, imprese individuali, rischiamo di essere completamente soppiantati, soprattutto per la concorrenza delle società multiservizi». «Sarebbe ora -prosegue il coordinatore della Cna - di iniziare a pensare all'impresa in termini diversi, non come ad un luogo in cui macinare profitti, e a creare modelli alternativi. Insieme a un mercato meritocratico. Solo in questo modo si può arginare una crisi di cui i segni sono evidenti: imprese che riducono all'osso il personale impiegato e poi gravi ritardi nei pagamenti, che a volte si possono aspettare anche per anni. Mentre i tagli ai Beni Culturali, Finanziaria dopo Finanziaria, sottraggono sempre più risorse al settore».
Dal restauro al supermarket come buttare anni di studio
Il settore dei restauratori è complesso e frastagliato, con migliaia di imprese che lavorano per la conservazione del patrimonio artistico. Tuttavia, la legge del 2000 ha introdotto un criterio del massimo ribasso assoluto, che ha portato a tagli su manodopera, sicurezza e qualità dei lavori. Le imprese individuali rischiano di essere soppiantate dalle società multiservizi, e la crisi è evidente con imprese che riducono il personale e ritardi nei pagamenti. I restauratori chiedono di iniziare a pensare all'impresa in termini diversi, creando modelli alternativi e un mercato meritocratico.
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