Un albo non c'è mai stato. E per anni non si è capito bene chi fossero. Restauratori? Da una parte ci sono sempre stati quelli provenienti dalle scuole di Alta Formazione, l'Istituto Centrale di Restauro di Roma e l'Opificio delle Pietre Dure di Firenze, le punte di diamante per la conservazione dei beni culturali, entrambi a numero chiuso, che ogni anno diplomano 36 persone e finora ne hanno formate in tutto circa mille. Dall'altra quanti hanno seguito corsi regionali e poi quelli che hanno frequentato scuole private oppure sono cresciuti in bottega. Dal 2000 si è iniziato a fare chiarezza e sono nate nuove strade, con i corsi universitari. La legge ha riconosciuto due figure: il restauratore, con una laurea quinquennale, e il collaboratore, laurea triennale. Un punto di partenza, che però non ha ancora dato regole certe per tutto ciò che è stato prima. Mentre qualcosa si incrina. «Le persone che partecipano al concorso per l'ammissione alla scuola dell'Istituto sono diminuite in modo drastico. Dagli ottocento, mille candidati che si presentavano fino a tre anni fa, siamo arrivati a circa 200. D'altra parte perché sobbarcarsi della fatica di questa durissima selezione, ora che nelle università sono stati attivati i corsi di laurea in Tecniche della conservazione?». Caterina Bon Valsassina, direttore dell'Istituto Centrale di Restauro, non nasconde le sue preoccupazioni. «Ora ci sono corsi di studi aperti a tutti e dai quali si esce con la laurea e il titolo riconosciuto di restauratore. Un meraviglioso paradosso -sottolinea Caterina Bon - visto che chi finisce l'università rischia di non aver mai toccato un'opera d'arte, non essendo stati attivati i tirocini pratici». Intanto i diplomati dell'lcr e dell'Opificio di Firenze non hanno ancora visto equiparare il loro titolo alla laurea. «Le università dovrebbero tra l'altro appoggiarsi ad altre strutture, perché non hanno laboratori, ma noi - avverte la direttrice -siamo assolutamente contrari all'attivazione di questi tirocini e non intendiamo spendere energie e risorse per qualificare altri studenti, mentre i nostri allievi attendono ancora la parificazione. A sancirla dovrebbe essere la legge Urbani-Moratti, che però giace al Senato dall'agosto del 2002. In questa situazione, se dovessi affidare un restauro a qualcuno che non ha mai messo le mani su una tela o su una scultura, preferirei di certo chi si è formato nelle vecchie botteghe. Quelli che un tempo guardavamo con snobistico sospetto, ma che spesso invece sono estremamente competenti». Le note dolenti non finiscono qui. «Il problema del settore - spiega la dottoressa Bon Valsassina -resta ancora quello della legge quadro sui lavori pubblici, riguardo il regime di qualificazione delle imprese. I restauratori qualificati possono partecipare solo alle piccole gare, mentre per i grandi lavori vengono richiesti requisiti budgetari. Questo premia le grosse ditte edili, che si aggiudicano interi pacchetti, che comprendono ristrutturazioni, impiantistica e interventi conservativi, i quali poi vengono subappaltati a restauratori. Ciò significa che un'opera di grande qualità potrebbe essere affidata a una impresa edile». Ma chi garantisce che queste grandi società si avvalgano di professionalità adeguate? «A quel punto si possono effettuare soltanto controlli in corso d'opera e nel caso si rilevino problemi contestare il lavoro. Ma sulla carta, poi, l'impresa riesce ad avere ragione».
Crisi delle iscrizioni all'Icr e all'Opificio di Firenze
Il settore del restauro dei beni culturali è in crisi. I restauratori, che una volta erano considerati punte di diamante per la conservazione dei beni culturali, ora sono in difficoltà. La legge ha riconosciuto due figure: il restauratore, con una laurea quinquennale, e il collaboratore, laurea triennale. Tuttavia, la selezione per l'ammissione alla scuola dell'Istituto Centrale di Restauro è diventata più difficile, con solo 200 candidati che si sono presentati in tre anni. I diplomati dell'Istituto e dell'Opificio di Firenze non hanno ancora visto equiparare il loro titolo alla laurea.
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