Le immobiliari: appetibili se cambia la destinazione duso. La struttura potrebbe essere trasformata in un centro commerciale I capannoni della storica azienda tessile Gulì sono in vendita. Lazienda, entrata in crisi alla fine del 2006, cede definitivamente anche lultimo patrimonio storico, i capannoni di via Noce dove lepopea familiare ha preso il via alla fine dellOttocento ai tempi dei Florio. La vasta area da 5 mila metri quadrati, assieme al grande capannone a campata unica, è già sul mercato e varie agenzie immobiliari stanno cercando di vendere limmobile a grosse società del settore. Un compito non facile, visto che per riqualificare larea e il capannone occorrono investimenti che oscillano tra i 20 e i 30 milioni di euro, e quindi solo linteressamento di una grande società immobiliare potrebbe portare a buon fine la vendita. Il tutto per rimettere in piedi la struttura, una volta cuore pulsante del tessile palermitano, da anni ormai abbandonata. Ma per fare rivivere larea occorre superare molti ostali burocratici. A partire dai vincoli nel piano regolatore (che destina la zona a scopo industriale), e da quelli della soprintendenza, che tutela la zona come centro storico e che non concederà alcuna modifica alla struttura portante dei capannoni, considerata dinteresse storico e industriale, e quindi non abbattibile. Rimane così incerto il futuro dellimmobile e dei cinquemila metri quadrati che lo circondano. Al momento, il capannone potrebbe essere destinato a centro commerciale, oppure a centro culturale, come avvenuto con i cantieri della Zisa. Sono queste le ipotesi più probabili di utilizzo dellarea. Anche se rimane in piedi lopzione più difficile, visto il lungo iter urbanistico e burocratico: quella di trasformare il capannone in abitazioni, realizzando mini appartamenti e loft allinterno della struttura. «Lunico modo per rendere davvero appetibile limmobile al mercato è quella di fargli cambiare completamente destinazione duso, ma è difficile riuscire ad avere lok da tutti gli enti coinvolti, Comune e soprintendenza in testa», dicono da unagenzia immobiliare che si è occupata della vendita dei capannoni. Di certo cè che la soprintendenza ai Beni culturali ha già avviato un dialogo con alcune agenzie immobiliari, tra le quali la Carlino Immobiliare, interessate a fare da mediatori. «Non abbiamo ricevuto ancora alcuna proposta definitiva di progetto per quanto riguarda i capannoni Gulì - dicono dalla soprintendenza - Comunque sappiamo che sono in corso delle operazioni immobiliari, siamo pronti a discutere nel merito qualsiasi iniziativa che punti a riqualificare la struttura». Il capannone di via Noce potrebbe quindi cambiare presto proprietario, anche se negli anni scorsi più volte è stato tentato dagli stessi Gulì di vendere la struttura, ma senza successo. Da tempo i capannoni della Noce sono in disuso, avendo lazienda trasferito tutta lattività nello stabilimento di Carini. Anche questo messo in vendita dal liquidatore dopo il crac del 2006, con la concorrenza cinese che ha schiacciato lo storico marchio palermitano, facendo andare a casa 40 operai qualificati: «Abbiamo già contatti avviati con alcuni grandi gruppi per vendere la struttura industriale di Carini, speriamo, a breve, di chiudere come abbiamo già fatto con i macchinari», dice il liquidatore Franco Rocca. La messa in vendita del capannone industriale nel quartiere Noce è lultima tappa dello smantellamento del marchio storico Gulì, 120 anni di attività nel settore del tessile e della produzione, in particolare del damascato. Nessuno, da settembre 2006, quando la famiglia ha messo in liquidazione limpresa, fino a oggi ha presentato un piano concreto per rilevare lattività. Anzi, nei mesi scorsi sono stati ceduti definitivamente i macchinari, di alto livello, ad aziende tessili di Nuova Delhi e del Pakistan, per circa un milione di euro. Fallita invece la trattativa con la cordata egiziana, guidata dal vice presidente degli industriali dEgitto, Abdel El Sayed, che in un primo momento sembrava interessato a riaprire lattività a Carini. Un progetto, quello degli egiziani, che poteva far rientrare al lavoro i 40 operai specializzati, rimasti tutti in cassa integrazione.