È giusto fermare un'opera pubblica, importante e assai attesa, per quattro anfore e due mura antiche ritrovate durante gli scavi? Il dibattito che si sta riproponendo a Roma per la costruzione del parcheggio del Pincio non è affatto nuovo. Sono tra quelli che spingono per tirare dritto senza porsi troppi crucci. Per tre motivi, due dei quali sono assai opinabili. In primis mi sembra di capire che il più delle volte gli scavi portano alla luce pezzi non di grande valore. Pertanto - siamo al secondo motivo - non vale la pena di rallentare un iter che è già di per sé un'odissea per colpa di norme perverse, ricorsi al Tar e quant'altro ancora. Però ripeto, si tratta di argomentazioni assai opinabili. Non è invece opinabile un fatto: a che serve fingere grande cura e grande attenzione per il passato che riemerge, quando autentici tesori d'arte sono trascurati e sottostimati? Il bla bla delle sovrintendenze sui ciottoli recuperati negli scavi della metropolitana sfiora il ridicolo di fronte alla superficialità - per non dire peggio - con cui si amministrano bellezze inestimabili quali gli scavi di Pompei o i mosaici di Piazza Armerina o i templi di Agrigento. Tanto per citare tre miniere d'oro che in Italia trattiamo come monetine di scarso conio. Che senso ha allora racimolare altri pseudo beni archeologici quando non sappiamo valorizzare il ben di dio già disponibile? Forse l'unica risposta possibile è che gli stop ai cantieri per mano delle sovrintendenze sono la testimonianza del potere di certe burocrazie, spesso inutili. Il ministro Sandro Bondi dovrebbe avere il coraggio di rivoluzionare quei centri di potere e di spesa pubblica usando non le buone maniere (di cui Bondi è assoluto padrone, ma con certa gente sono solo una perdita di tempo) quanto il machete brunettiano. La gestione burocratica del patrimonio artistico italiano ha dato risultati pessimi e ha bloccato lo sviluppo del settore turistico. Il che è paradossale se si considera che il nostro Paese gode di assets (clima, paesaggio, beni artistici e culturali in generale, eccellenze enograstronomiche) che pochi altri dispongono. Tant'è vero che fuori dalla porta c'è la fila di mecenati o investitori privati - italiani e stranieri - che pagherebbero cifre da capogiro per gestire quei tesori che noi invece male amministriamo. Blocchiamo le infrastrutture per reperticchi e lasciamo ammuffire i quadri nelle cantine dei musei. Suvvia, siamo seri. Fino a l'altro giorno ero in Sicilia, a Cefalù - città di incredibile bellezza, famosa per la cattedrale arabo-normanna protetta dal blocco montagnoso delle Madonie - da dove ho scorazzato tra mari e monumenti. Segesta, Selinunte, le Eolie, Taormina, Monreale. E poi: la pasta con le melanzane o con le sarde, o pesce appena pescato e cucinato, i dolci alle mandorle. E il clima? Nelle due settimane di ferie ho toccato con mano quel tesoro inestimabile su cui i siciliani sono seduti, beatamente. Direi troppo beatamente seduti visto che nonio sanno valorizzare. Accade in Trinacria così come in tutto il Sud, dove il clima, il paesaggio, i sapori sono beni che né la Cina né il trash di Las Vegas possono donare per autenticità. Che aspetta allora il Meridione a monetizzare questo suo tesoro? Cosa aspetta a cavare ricchezza dal turismo, per dodici mesi all'anno? Se aspetta lo Stato, campacavallo; lo Stato ha dimostrato di non essere all'altezza. Ci pensino allora le Regioni unendo le forze pubbliche con quelle dei privati. Al governo centrale si lasci il compito della tutela (che è già compito arduo), ma non la gestione del patrimonio artistico-culturale. La gestione sarebbe ora di consegnarla a chi vuole e sa monetizzare diligentemente clima, arte, sapori e bellezza. Ne beneficerebbero anche la custodiaela conservazione del patrimonio. Cosa sarebbe Taormina senza la sua eleganza? Cefalù senza la sua cattedrale? Lecce senza il suo barocco, Napoli senza il suo Cristo velato, Capri senza i faraglioni, la Sardegna senza le sue coste e gli interni apparentemente ruvidi? E via elencando fino a notte e ancora oltre. Ovviamente non basta disporre delle materie prime perché il turismo decolli: anche i diamanti vanno lavorati. La buona volontà dei singoli e il pionierismo di pochi non fanno sistema, il Sud ha bisogno di una cabina di regia da intendersi non come poltronificio bensì come macchina genera soldi (per tutti). Ha bisogno di infrastrutture più mirate. E più del Ponte sullo Stretto avrebbe bisogno di una compagnia aerea che non faccia pagare 500 euro andata e ritorno da Milano o 300 se lowcost. La più grande scommessa del Sud si chiama turismo, industria turistica. Non è una scommessa nuova, si sa, forse proprio per questo vale la pena di giocarla una volta per sempre, concentrando gli sforzi e rivoluzionando una certa politica. Turismo serio significa recupero e tutela del patrimonio artistico-culturale, significa attrarre capitali, significa posti di lavoro e occasione di imprenditorialità. Infine significa smarcarsi definitivamente dalle logiche clientelari e assistenzialiste che garantiscono l'uovo oggi ma escludono la gallina del domani. Ma al Sud la gente è pronta per questo passo?