Paolo Fallai È proprio difficile oggi cavarsela con un discorsetto di facciata. Perché questa Giornata della memoria è due volte importante per Roma. La data scelta, il 27 gennaio, ricorda il giorno della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz. Ma nella coscienza dei romani la Shoah è legata in modo indissolubile alla infamia delle leggi razziali, alla vergogna delle delazioni, al crimine delle deportazioni culminato nel rastrellamento del 16 ottóbre 1943. Perché prima del martirio di uomini, donne, bambini nei campi nazisti ci fu qualcuno che denunciò quegli uomini, che fece arrestare quelle donne, che strappò il futuro a quei bambini. E accanto ai soldati nazisti c'erano i fascisti italiani. Anche per questo a Roma, più che altrove, non è ammessa retorica, di fronte a questo incubo dell'umanità. Eppure tenerla viva questa memoria appare ogni giorno un poco più complicato. Stasera allo stadio Olimpico si giocherà una partita di calcio il cui incasso è destinato alla realizzazione del Museo della Shoah di Roma: fa onore agli artisti, ai politici, agli sportivi che hanno deciso di partecipare per uno scopo così nobile e che non a caso ha il patrocinio delle più alte cariche dello Stato. Ma fa davvero onore a questa città costringere i promotori di questo museo ad una serata di beneficenza per provare a raccogliere i fondi? E fa davvero onore a questa città il fatto che non sia ancora stata trovata una sede definitiva, dove realizzare questa struttura? Il Comune ha individuato una struttura in via Capo d'Africa, ma la Regione non è d'accordò. Il problema non è l'immobile, né chi abbia ragioni da offrire. Il problema, drammatico, è che se ne discuta senza trovare subito una soluzione condivisa. E che memoria dimostra di avere una comunità che assiste alla scandalosa situazione in cuì versa il Museo storico della Liberazione di via Tasso? Un anno e mezzo fa sembrò uno scandalo la vendita ad un privato di uno degli appartamenti di quel palazzo dove è stata compilata la lista dei 335 trucidati alle Fosse Ardeatine, dove si trovano le celle che hanno ospitato i romani che hanno difeso la dignità di questa città. Ci fu sdegno allora, perché il ministero per i Beni culturali aveva fatto scadere il diritto di prelazione; il Campidoglio stanziò 500 mila euro; la soprintendenza ai Beni architettonici ha perfino elaborato un piano di recupero dell'intero immobile. Cosa è successo, un anno e mezzo dopo? Un altro appartamento è stato messo in vendita. C'è il cartello di un'agenzia immobiliare al secondo piano. Per vivere degnamente questa giornata della Memoria, oltre ad andare doverosamente allo stadio questa sera, proviamo a non lasciare sola Elvira Paladini, che gestisce il museo di via Tasso insieme a pochi amici fidati, paga spesso di tasca propria le bollette e non si stanca di guidare migliala di ragazzi per quelle stanze dove è stato torturato tra gli altri anche suo marito. Ha 83 anni. Proviamo a non dimenticarla.