Meno mostre, più «permanenti». Quanto tempo è passato dalle feroci interrogazioni parlamentari sui sacchi di Burri e sulla merda d'artista di Manzoni? Quanto tempo dalle lotte di Palma Bucarelli e di Giulio Carlo Argan e di tanti altri per fare sì che, alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna entrasse, appunto, il nuovo? Tanto tempo, decine di anni. Ma adesso la situazione dell'arte contemporanea in Italia è cambiata? Possiamo dire di sì e proprio se consideriamo quello che è accaduto sopra tutto nell'ultimo decennio: finalmente alcuni musei, e alcune importanti fondazioni alle loro spalle, hanno puntato sull'incremento delle collezioni: così alcune fortunate città hanno limitato la spesa assurda delle mostre per creare vere strutture della conoscenza. Ho scelto quattro casi chiave: musei nuovi o rinnovati e ovviamente parto dalla Gnam, la Galleria Nazionale d'Arte Moderna che per quasi un secolo ha raccolto il contemporaneo fra mille polemiche, riuscendo a preservarlo come bene pubblico grazie al coraggio e alla determinazione dei suoi direttori. Cerchiamo di capire, da alcuni dati, le somiglianze e le differenze dei diversi musei, anche a livello istituzionale. La Gnam ha 15.000 mq a disposizione e ne avrà presto altri 8.000; il Mart di Rovereto ne ha circa 6.000; Rivoli 10.000, il Gam di Torino 8.000, 8.000 anche il Madre di Napoli ma, ampiezza delle strutture a parte, le gestioni e i caratteri dei musei e delle collezioni sono molto diversi. La Gnam è statale, Rivoli e Gam sono legate a una fondazione, da una fondazione con per unico attore la Regione Campania dipende il Madre, mentre il Mart dal 1987 è Ente autonomo della Provincia di Trento. In alcuni casi, in questi musei, le collezioni permanenti e il loro incremento sono l'aspetto più significativo, e questo ha fatto per decenni la Gnam a Roma, ma per venti anni, dal 1975 al 1995, non ha potuto acquistare che opere più vecchie di 50 anni, poi il ministro Antonio Paolucci ha tolto il limite e ripristinato gli acquisti e Sandra Pinto ha comprato opere della Transavanguardia. Adesso 5 milioni di euro all'anno vanno principalmente per costituire le collezioni del Maxxi, il grande museo del XXI secolo in costruzione a Roma, 40.000 mq, mentre alla Gnam si concentrano le raccolte del XIX e XX secolo. In una ventina di anni la Gnam ha accresciuto le proprie collezioni soprattutto con doni di gruppi di opere di grande importanza: De Chirico e Balla, Guttuso e Burri, e le collezioni Brandi-Rubiu, Schwarz e della stessa Palma Bucarelli, centinaia di dipinti e sculture e disegni che valgono decine di milioni di euro. Ebbene, la politica, diversissima, dei musei che adesso esaminiamo ha cambiato anche il modo di pensare il collezionismo, l'attività di mostre, la presenza del museo nel contesto contemporaneo. Vediamo dunque le differenze: il Madre, a Napoli, appena aperto, sta in un quartiere del centro fortemente popolare: niente acquisti, semmai donazioni di opere da artisti, opere che occupano un piano intero dell'edificio e che sono inamovibili; qui la raccolta permanente nasce da depositi di collezioni o artisti e sono importanti le mostre per le quali si spendono, fra 2007 e 2008 4.600.000 euro: se ne sono impegnati 1.600.000 per Piero Manzoni, 768.000 per Fabro, 103.000 per Mimmo Paladino. Ricordo che al Mart di Rovereto per gli acquisti ci sono solo 200.000 euro all'anno, tanto che Gabriella Belli è costretta a comprare le opere anche a rate, mentre le altre attività, mostre importanti, anche esportate nei maggiori musei del mondo, la didattica, le edizioni di testi storici, impegnano 2.700.000 euro all'anno. Vediamo adesso quello che accade a Torino e a Rivoli: ambedue i musei sono all'interno di una fondazione composta da Enti diversi compresa la Regione Piemonte e la città di Torino. I costi gestionali sono, a Rivoli, di 3.850.000 euro, personale compreso; le mostre impegnano 1.300.000 euro annui. Quanto al Gam di Torino, l'antico Museo Civico, è molto cambiato da quando Pier Giovanni Castagnoli lo ha preso in mano dieci anni fa e possiamo dire che meraviglia la qualità e la quantità delle opere che ha saputo acquisire nel giro di un periodo così breve: se l'arte del '900 in Italia oggi ha un luogo dove si possono vedere centinaia di nuovi pezzi di grande bellezza, scelti negli studi degli artisti o sul mercato, lo si deve all'impegno dello studioso; simmetrico è quello di Ida Gianelli a Rivoli per l'Arte povera e la Transavanguardia. I due direttori hanno potuto incrementare in modo così significativo le collezioni grazie a un contributo della Fondazione pari a circa 4 milioni di euro all'anno divisi fra le due sedi e assegnato da sette anni. Storie diverse: opere acquistate a Torino, opere date in deposito da privati al Madre e assicurate per 85 milioni di euro, opere date in deposito permanente al Mart di Rovereto. Strategie diverse anche per le mostre: attenzione ai protagonisti dell'arte d'avanguardia al Madre, ma anche un dialogo fitto con la realtà locale da convertire al nuovo, dagli studenti alla borghesia; un programma incredibilmente ampio di scambi, di mostre di giro felicemente distribuite nei maggiori musei del mondo dal Mart; attività di esposizioni sul fronte dell'avanguardia a Rivoli e sull'arte del '900 ma anche la fotografia a Torino. Certo un problema resta apertissimo: chi guida le fondazioni? Sempre dei non specialisti, magari dei politici: la pessima notizia è che Pier Giovanni Castagnoli non intende più restare a dirigere il Museo di Torino e pure Ida Gianelli sta per andarsene da Rivoli: non si sa bene chi verrà ma si temono passi indietro pesanti, aperture improvvide sul fronte delle mostre-spettacolo, senza contenuti critici. Vedremo, resta il fatto che, grazie a questi nuovi musei, e a pochissimi altri con loro, il panorama dell'arte contemporanea nel nostro Paese è fortemente mutato. Attendiamo che nuove città accedano a questa politica di formazione di collezioni pubbliche permanenti, certo però con opere di alto livello, di italiani e stranieri. Ricordiamolo: la cultura è sempre policentrica e, oggi, anche multimediale.