Gare d'appalto al ribasso, capolavori d'arte equiparati ai lavori di cantieri navali o stradali, maestri del restauro che tutto il mondo ci invidia «disoccupati». La denuncia appassionata di Gianluigi Colalucci, Carlo Giantomassi e Antonio Forcellino che si sono presi cura di opere come la Cappella Sistina, gli affreschi di Assisi, il Mosè di Michelangelo Gianluigi Colalucci è un signore molto affabile, con delle grandi mani che si muovono armoniosamente. Cinquant'anni di carriera alle spalle, capo-restauratore del Vaticano, è l'occhio esperto che sta dietro ai restauri della Cappella Sistina. Accanto a lui siede Carlo Giantomassi, quarant'anni di professione e una consuetudine decennale con opere quali la Cappella degli Scrovegni, gli affreschi di Assisi, i dipinti di Caravaggio, il ciclo del Cavallini. Più giovane, Antonio Forcellino, venticinque anni di lavori, tra cui il restauro recente del Mosé di Michelangelo. Li guardi seduti vicini in una saletta della stampa estera mentre cercano di spiegare alla comunità internazionale quello che in Italia passa sotto silenzio e non vuoi credere a quello che stanno dicendo. Dopo circa dieci anni si sono decisi a parlare, è un'occasione rara perché loro sono abituati a lavorare nei cantieri, addosso all'opera, come amano ripetere più volte, e non certo sono dediti a perdere tempo con i fatti mediatici. Però raccontano qualcosa di sconvolgente: sono ormai finiti fuori mercato, non hanno più i «numeri» per toccare le opere, conservarle e affidarle al futuro. Un «papa» dei restauri come Colalucci, con un'esperienza che ci invidia tutto il mondo, è senza lavoro, non ha più commissioni se non di nicchia, grazie magari al soprintendente illuminato che si ricorda di lui e lo chiama. Il resto «passa» tutto in gare d'appalto dove le leggi economiche dettano regole che nulla hanno a che fare con la qualità ma casomai col concetto del «tempo è denaro». Raccontano questi eredi della tradizione della bottega rinascimentale, cresciuti ed educati nel rispetto dell'opera, secondo gli insegnamenti di Cesare Brandi, che in poco più di un decennio si è interrotto un ciclo che durava da mille anni. Perché? Quale terremoto culturale ha prodotto questa «disoccupazione» delle intelligenze e della ricerca più approfondita? La legge Merloni del 1994 - appunto sulle procedure per accedere ai lavori pubblici - era sembrata a tutti in un primo momento una buona normativa. Poi le cose sono precipitate e quella legge è diventata un ricco pasto ad uso e consumo delle imprese edili. In un paese che ha un vastissimo patrimonio di beni culturali, la sua tutela avviene così: si fa un piano generale frettoloso, viene messo ad asta pubblica e il progetto economico che ribassa di più vince, abbattendo almeno del 30-40 per cento i costi. Con conseguente esclusione degli specialisti e l'impossibilità del controllo sui lavori, su «chi» li realizza (a Roma succede che la società Zetema prenda gran parte dei restauri di pertinenza comunale, nonostante fosse nata originariamente per i servizi di bookshop e biglietteria dei musei capitolini). I danni irreparabili si vedranno in futuro perché l'inganno della superficialità è spesso vincente e, come dice Colalucci, «le opere non si lamentano né muoiono». Il Giubileo ha accelerato il processo di degenerazione già in atto: il portico di San Pietro si è rifatto il maquillage in velocità e ha perso tutti gli ori delle decorazioni. Ma qualsiasi grido di allarme lanciato dai restauratori non è dimostrabile, dirlo equivale a rimanere inascoltati, anzi si rischia la querela della ditta. A Pompei succede che lo stato di abbandono in cui versano gli scavi sia frutto anche di una legge che tende trappole ai soprintendenti, i quali si trovano costretti a non agire pur di non fare peggio. E intanto gli affreschi sui muri si sgretolano. Dice Forcellino: «Mi fa vergognare la strumentale polemica sulla pulitura del David a Firenze: quella statua sta benissimo ed è super protetta, la campagna mediatica è manipolatoria. Stiamo qui a discutere se fa male o no passare su una superficie la pelle di daino e poi spariamo sabbia sulle facciate delle chiese per sbrigarci e risparmiare tempo e soldi. Mentre parliamo vengono sicuramente distrutti da qualche parte metri di affresco, tolti millimetri di materia con strumenti abrasivi che provocano erosioni». Può capitare così di trovarsi a Napoli per restaurare la cappella di san Gennaro e vedere un camioncino con su scritto «restauri e pulizie» che spara sabbia per pulire i portici. In due giorni è tutto fatto. «Non c'è più nessun intento conservativo ma solo un lifting di facciata, si lucida qualcosa per il turismo e fra un anno si deve tornare a lavorare, solo che il danno è irreversibile», spiega Maura Borrelli, ex presidente dell'Ari, associazione dei restauratori italiani. Intanto le imprese artigianali dei restauratori doc, spariscono, travolte dalle nuove leggi economiche. Via gli assistenti, al diavolo la sapienza che per decenni si è affinata a stretto contatto con i capolavori dell'arte. Colalucci guarda indietro, ripercorre quasi con nostalgia la sua esperienza, la sua formazione. Dice che come si è fatta una battaglia per la salvaguardia della mozzarella così bisognerebbe agire per proteggere i beni culturali. «Quando intorno alla Cappella Sistina si creò il caso mediatico, la querelle aveva ancora un alto livello filosofico: il restauro veniva affrontato sul piano storico- artistico, formale e critico, mai secondo un criterio mercantile. Oggi ci si occupa soltanto dell'economia che ha altre leggi e si vuole sapere in quanto tempo farai quel lavoro e soprattutto che tu lo possa realizzare risparmiando il più possibile. Lo stato opera peggio dell'amministratore di condominio che almeno guarda con sospetto i preventivi troppo bassi...». Spiega ancora Colalucci che il controllo in questa situazione di appalti è impossibile. «Come capo-restauratore al Vaticano dovevo sorvegliare i colleghi ma era un compito difficilissimo pur avendo uno staff e conoscendo tutti. Si dà la fiducia, un po' come avviene col proprio medico. Questo fa parte di un rapporto diretto con chi dà lavoro e con i suoi collaboratori ma questo tipo di relazione non esiste più. Ci viene chiesto di avere una forma imprenditoriale che è tutta un'altra cosa. Con delle regole ben precise: ho restaurato Michelangelo dieci anni fa? Bene, ora sono scaduti i termini e io non ho più la qualifica per poterlo toccare. E' come se la nostra esperienza non fosse fatta da un percorso lunghissimo. La nostra tecnologia, pur coadiuvata da strumenti sofisticati, è molto semplice, non è come l'informatica che cambia ogni sei mesi. Abbiamo supporti modernissimi ma quando tocchiamo l'opera lo facciamo con gli strumenti più antichi che ci siano. Il laser ha poche applicazioni ancora, è in via di sperimentazione, il resto è tutto sperimentato. Ma questo patrimonio di conoscenza non vale più niente. Adesso le banche per farti credito ragionano così: quanti disabili hai al servizio? quali lavori hai fatto negli ultimi cinque anni? Se ho fatto un solo restauro dedicandogli molta attenzione e soprattutto del tempo, allora vengo tagliato fuori dalle gare pubbliche degli appalti, sono fuori mercato». Cosa accade? Per la qualificazione ai lavori pubblici, l'impresa gioca al ribasso del progetto e si decide dei restauri come per i cantieri navali e quelli stradali. Il principio è lo stesso. A rilasciare quella sorta di idoneità - oggi per paradosso negata proprio ai professionisti - è la Soa. Antonio Forcellino, per esempio, è stato autorizzato dalla Soa Rina, che ha la concessione dei cantieri navali. Il quadro della situazione si aggrava. La controparte dei restauratori erano i soprintendenti, quegli storici dell'arte o architetti che lavoravano per il ministero. Erano loro che chiamavano a lavorare i restauratori, anche sulla base di una fiducia ventennale che alla fine era la garanzia per un lavoro davvero conservativo, senza danni irreparabili. Oggi però quei soprintendenti sono esautorati di ogni funzione e ancora di più le imprese edili avranno gioco facile. Dall'Istituto centrale del restauro escono pochissimi specializzati, per i resto le scuole proliferano, incontrollate. Se prima soltanto 2000 erano gli specialisti che potevano mettere le mani sui beni culturali, oggi ne circolano almeno 20mila, senza un albo che regoli l'accesso alla professione e chiamando restauratori anche chi si occupa di aggiustare i mobili o gli oggetti domestici. Carlo Giantomassi, grande esperto di Caravaggio e Giotto, chiamato a dire la sua dal Tibet alla Thailandia fino all'Etiopia, spera che i prossimi ministri non si vantino più del fatto che «il mondo ci invidia i nostri restauratori... Ogni volta che è stata detta questa frase ci hanno tagliato le gambe. Oggi le gare d'appalto trattano un quadro come un'autostrada e quindi solo le ditte edili fanno i lavori. Quando mi dovevo iscrivere alla Soa non mi è stato chiesto il curriculum ma soltanto una serie di dati economici, quanto avevo guadagnato e quanti collaboratori avevo. Risultato, non partecipo alle gare». La svendita delle competenze è totale. Il nuovo compito del restauratore? Se prima passava le ore nei cantieri con i suoi assistenti, magari strofinando piano piano e per ore la carta giapponese su una superficie da pulire, adesso passa il suo tempo nelle banche, nell'ufficio commerciale della soprintendenza o su Internet a cercare le gare d'appalto pubbliche cui difficilmente potrà partecipare. È svantaggiato dall'inizio perché impiega troppo tempo per fare bene il suo lavoro.