A Venezia va un filmato sulle proteste di 40 anni fa alla Mostra. Ma per un protagonista di allora mistificai fatti Io credo che se uno volesse raccontare la straordinarietà del cinema e in particolare del montaggio come vera e propria creazione di una nuova realtà - con buona pace delle antiche e accanite teorizzazioni di Cesare Brandi e dei suoi seguaci - potrebbe usare come perfetto esempio questo impressionante film sugli autori cinematografici italiani nel '68 realizzato dalla Medusa cinematografica. Condotto nella più scolastica acquiescenza ai dettami di quel revisionismo storico per cui un'ausiliaria fascista della decima mas ha lo stesso valore testimoniale e simbolico di una partigiana torturata violentata e impiccata con un gancio da macelleria in una piazza di Bologna, vengono usati tutti i frammenti delle frasi dette da autori e personaggi vari in chissà quali contesti nel corso di quarant'anni per nullificare e dove possibile ridicolizzare le ragioni di un'operazione che dette il via alla grande stagione delle riforme dei primi anni 70 - Biennale, Rai, enti cinematografici di stato - e portò nella vita culturale del nostro paese il vento di una critica radicale che Croce avrebbe definito pseudoconcettuale ricononoscendole proprio per questo la specificità propulsiva e ossigenante delle spinte innovative «che mandano avanti la storia». Molte delle idee che dal '66 s'erano sparse nel mondo erano infatti discutibili e a volte inaccettabili specie da chi, di educazione marxista come me e tanti altri di noi, era in grado di riconoscerne abbastanza facilmente limiti e semplicismi. Ma era appunto da quel qualcosa d'altro che Gramsci e lo stesso Croce - quantomeno da «la storia come pensiero e come azione» - ci avevano insegnato a cogliere, che fummo in grado di capire il portato etico e la pulsione di fondo che il '68 conteneva. Io ricordo per esempio che nel microcosmo di quel partito comunista di cui oggi si pubblicano e ripubblicano - specie in alcunigiomali della sinistra - le più noiose caricature, ci fu uno straordinario saggio di Giorgio Amendola che nei primi anni settanta rivedeva alcuni suoi precedenti giudizi sul '68 concludendo che finché non si fosse capito il suo speciale e particolarissimo valore nella nostra storia non saremmo mai andati avanti. Così come ricordo un editoriale di Giorgio Napolitano sull'Unità del settembre del '72 che individuava perfettamente quello cui alcuni di noi avevano lavorato seriamente e accanitamente proprio apartire dai moti veneziani del '68: canalizzare verso uno sbocco politico riformatore la carica radicale, contestativa e indeterminata dei movimenti. Ma torniamo alla straordinarietà del mezzo cinematografico e alle sue infinite capacità di manipolazione. In questo ineffabile film cui appena troverò il tempo risponderò con un altro film, viene usata furbescamente tutta l'ironia e la storica autoironia di Ugo Gregoretti per creare un filo conduttore nella ricostruzione di quei lontanissimi giomi ottenendo un risultato ovviamente e facilmente riduttivo e sarcastico. Arrivando a una deformante reinterpretazione di un mio vecchio film dove, sulle parole di Gregoretti che racconta tranquillamente un nostro ritorno da Venezia «alla spicciolata», si vede la sequenza finale di Lettera aperta a un giornale della sera che riguardava tutt'altro tipo di problemi e conflittualità. Qualcuno mi ha anche fatto osservare la stranezza di questi nostri storici del '68 che nella miriade di testimonianze su quell'estate veneziana trovate negli archivi di mezzo mondo hanno ignorato quelle di Lino Miccichè e di Ugo Pirro - oltreché di Alfredo Angeli, Lionello Massobrio e mie cui avevo dedicato le due ultime puntate di «un luogo chiamato cinema» riproposto recentemente e pubblicamente da Renato Parancandolo e Barbara Scaramucci in una speciale edizione-confezione di Rai educational. Ma tant'è: il cinema è quella cosa magica che avrebbe consentito di usare senza grandi difficoltà contro di noi proprio quel tono volutamente scanzonato e antieroico che ci eravamo dati nel raccontare buona parte delle cose come erano state e come erano andate. È solo questione di volontà politica. Ma a parte queste considerazioni e un Italo Moscati irriconoscibile è stata compiuta in questo film un'operazione francamente incredibile: è stato chiamato a raccontare e commentare tutto il film in prima persona e in primissimo piano proprio quel Gianluigi Rondi che se oggi è un carissimo amico di tutti, era, tra il '68 e il '73, il nostro diretto e ufficiale e istituzionale avversario. In seguito, su tutto quando riguardava, in quell'epoca, il campo avverso, abbiamo avuto dal mio amico democristiano Giuseppe Rossini - allora fra i dirigenti culturali di quel partito -straordinari, dettagliati e perfino divertenti racconti su quanto avvenne dentro la Democrazia Cristiana di quell'epoca a proposito del sessantotto veneziano e dei cinque anni successivi: su chi decise di chiamare la polizia e chi invece voleva addirittura il battaglione Padova, chi di loro aveva estremizzato le cose e chi invece era stato debole, per non parlare degli scambi di favori e finanziamenti che furono alla base di molte decisioni individuali. Ma quella è una storia cui qualcuno sta già lavorando per documentare e approfondire mentre voglio aggiungere una nota per dire di una Medusa evidentemente così impegnata nell'aspetto politico-culturale del film da dimenticarsi di controllare una didascalia finale sulla storia successiva della Biennale di Venezia così carica di errori e ridicole inesattezze da essere illeggibile. Forse qualcuno - magari della Biennale - quei pacchiani errori storici farà a tempo a farli correggere, ma la realtà di questo film così dichiaratamente di parte che verrà proiettato in sala grande al Lido nel quarantesimo anniversario del 1968 è che aveva perfettamente ragione il vecchio Marlowe quattro secoli fa quando affermava che la storia è sempre e comunque scritta dai vincitori. presidente onorario dell'Associazione nazionale autori cinematografici - Anac Sul quotidiano torinese Sarno replicava di non essere partito da tesi precostituite ma che la contestazione veneziana gli sembra una commedia finita in una storia amara di«ideali sfarinati». Per Carlo Rossella, presidente di Medusa, il film infastidirà«chi non capisce quanto sia stato fallace il '68 e un errore quelle contestazioni» Sabato 30 agosto, nella sezione «Orizzonti», la Mostra di Venezia proietterà un filmato di materiale d'archivio sulle proteste che nel '68 investirono la rassegna, facendo tra l'altro abolire i premi fino al 1979, imponendo riforme anche importanti. Il documentario firmato da Antonello Sanno e Steve della Casa è prodotto da Medusa, il braccio cinematografico di casa Berlusconi, Il regista Citto Maselli, allora dirigente dell'Anac, ieri in un'intervista alla Stampa definiva il filmato fazioso e «revisionista» perché, a suo parere, grazie a un abile montaggio ridicolizza le contestazioni e chi contestava. Maselli spiega il suo pensiero nell'intervento in questa pagina.