J'accuse dei registi di allora Botte, comunicati, sfrecciare di motoscafi in laguna, ore di sit-in seduti a terra davanti al Palazzo del cinema, richieste imperiose («il cinema ai cineasti») e caute trattative, Cesare Zavattini portato via a braccia dai poliziotti nella poltrona d'una riunione che non intendeva abbandonare, slogan, Liliana Cavani schierata dalla parte del direttore Luigi Chiarini, Pontecorvo, Ferreri, Gregoretti, e l'incerto Pasolini loro avversari, scontri fisici con la polizia e anche tra critici, Maselli minacciato dagli abitanti del Lido timorosi di perdere qualche incasso. Era l'aria del tempo: il Sessantotto alla Mostra di Venezia. Quarant'anni dopo, un documentario di montaggio realizzato da Antonello Sarno, prodotto dalla Medusa di Berlusconi con la collaborazione della Biennale di Venezia che ha fornito parte dei materiali, destinato a venir presentato alla Mostra imminente il 30 agosto nella sala grande del Palazzo (Orizzonti) suscita irritazione, sdegno, critiche. Sentiamo Francesco Maselli, nel 1968 dirigente della Associazione nazionale degli autori cinematografici (Anac), oggi presidente onorario della stessa associazione. Perchè questo documentario la fa arrabbiare? «E' scettico, amaro, stupidamente desolato. E' una rilettura del '68 in chiave revisionistica. Il filo conduttore, per spiegare i limiti del'68, è Gian Luigi Rondi, oggi amico di tutti però massimo avversario di quegli eventi. L'autoironia ben nota di Ugo Gregoretti è usata in senso caricaturale. Gli interventi dell'ostile Cavani sono cinque. Hanno preso pezzi da tutti gli archivi possibili, ma non dal mio lavoro Rai "La battaglia degli autori", comprendente un eccellente discorso di Lino Miccichè. Hanno cercato tra i materiali degli ultimi quarant'anni tutte le frasi negative, pronunciate dai registi chissà quando e in quale contesto («fu un grande errore», «sbagliammo») usandole per il '68 a Venezia. Brani del mio film Lettera aperta a un giornale della sera sono inseriti a vanvera. Insomma: è un lavoro di parte, mistificante. Mal fatto? «A suo modo, fatto benissimo: con tutti i mezzi che il cinema offre per mistificare la verità, per ricreare la realtà. In toni amaramente accorati, vuol ridicolizzare una cosa seria». In quarant'anni, non vi siete mai criticati per quell'episodio? «Avendo una certa intelligenza critica e autoironia, sarebbe folle non vedere quanto ci fu anche di grottesco: ma usare questo per negare validità a quell'esperienza significa negare l'importanza d'una stagione d'allora. Il Sessantotto mica lo abbiamo fatto Gregoretti e io al Lido di Venezia: è stato un fenomeno mondiale». Alla Mostra del Cinema dette qualche frutto? «Noi volevamo che la mostra neppure cominciasse. Il direttore, la Biennale, il sindaco di Venezia, volevano che tutto andasse come al solito. La Mostra cominciò, ma intanto noi avevamo ottenuto l'impegno per riforme della Mostra, della Rai, delle strutture del cinema». Quelle promesse vennero mantenute? «Avevamo ottenuto l'abolizione dei premi: vennero ripristinati con la direzione Lizzani, ma dopo anni la contestazione, i movimenti eccetera non c'erano più. Avevamo ottenuto che ai vertici venissero inseriti tre intellettuali designati dalle centrali sindacali, ma subito qualcuno cominciò a bluffare. Tutte le riforme importanti (150 ore, decentralizzazione) nacquero da Venezia, ma in quarant'anni c'è stato un riflusso tale, anche nella sinistra, da far riassorbire tutto ciò che avevamo ottenuto». Non resta nulla? «Quando si tratta di idee, qualcosa resta sempre. Adesso il vero dolore è che in sala grande a Venezia venga mostrato quel documentario». La replica di Carlo Rossella «Ottimo lavoro, loro continuano a non capire» (segue)