L' Ermitage di San Pietroburgo, con una raccolta sconfinata da 3 milioni di pezzi, è simbolo di potere e della Russia che guarda all'Europa occidentale senza tagliare i ponti con l'Asia. Da frecce scoccate 24mila anni fa nelle steppe euro- asiatiche approda a Matisse e Picasso attraversando secoli e civiltà: gli egizi, Persepoli, i gioielli dei nomadi sciti, i greci, le dinastie cinesi, fino ai quadri di Leonardo, Tiziano, Chardin, Rembrandt Per vastità e sontuosità delle sale con stucchi e specchi, l'Ermitage può collocarsi tra i dieci musei più importanti del globo. Lo dirige Michail Piotrovskij, 68 anni, studioso di arte e scultura italiana tra '400 e '700, che iniziò a collaborare con l'istituto nel '71 e da allora non ha più lasciato queste stanze. Dalla caduta del regime sovietico il museo, anche per ragioni economiche, presta moltissimo all'estero e ha aperto o aprirà molte filiali, frutto di una «politica estera» di cui Piotrovkij è uno degli artefici principali. In doppiopetto, nel foyer antistante il settecentesco teatro di Quarenghi abbellito dai riflessi estivi dell'acqua della Neva, ne parla a margine del premio Grinzane Cavour-Ermitage edizione 2008. Direttore, avete succursali in varie parti del mondo. Perché adottate una politica espansionistica? «Non è vero che ci espandiamo, siamo contro l'espansionismo. Con il Guggenheim ad esempio uniamole nostre forze per fornire a diversi istituti expertise su opere d'arte. Soprattutto vogliamo rispondere a una domanda: come rendere accessibile la sterminata collezione dell'Ermitage a più persone possibili? Nel mondo e qui?» E cosa vi siete risposti? «Primo, qui a San Pietroburgo apriremo una nuova galleria per mostre, di arte sia antica come moderna, con opere dai depositi (sottolineo che ogni grande museo deve avere importanti depositi di opere). Secondo, restauriamo un edificio che diventerà il quartier generale dell'arte dell'800 e del '900 inclusi gli Impressionisti. Terzo, allestiamo mostre nel mondo creando come degli avamposti, un sistema di satelliti artificiali che volendo possiamo riprendere quando vogliamo. Altro obiettivo, rendere tutte le collezioni accessibili via internet». Appunto: avete messo o mettete piede ad Amsterdam, a Ferrara, a Londra, a Las Vegas con il Guggenheim Per far cosa? «Ad Amsterdam abbiamo un centro che stiamo ampliando, sarà pronto l'anno prossimo e servirà per esposizioni. A Ferrara partecipiamo a un centro di ricerca per cataloghi dalle collezioni e facciamo mostre. A Londra da 7 anni abbiamo un centro per ricercatori, i nostri curatori vanno là per studiare o per organizzare esposizioni ». E l'alleanza con quel gigante del sistema internazionale come la Fondazione Guggenheim? «Insieme apriremo una succursale nella capitale lituana Vilnius per esporvi opere dall'Ermitage e di artisti russi. Stiamo per creare anche un Ermitage-Kazan, a Kazan, la capitale della Repubblica del Tatarstan, nella Federazione russa». Allestite di continuo mostre all'estero. In Italia, e non solo, si discute sui prestiti d'arte concessi troppo facilmente per la salute delle opere d'arte. «Partiamo da una premessa collegata a quanto detto poc'anzi: le opere non appartengono a un museo, a una città, appartengono al mondo e per questo le vogliamo mostrare al pubblico. Certe opere troppo delicate non viaggiano e comunque analizziamo sempre prima cosa può partire e cosa no». La Madonna Litta di Leonardo però anni fa la prestaste alle Scuderie del Quirinale di Roma. «Alcune opere possono essere date solo come prestiti eccezionali e la Madonna Litta è stata un'occasione speciale. Così come non ci espandiamo così stiamo molto attenti a cosa prestiamo». Altro problema: si sta diffondendo l'usanza di alcuni musei, lo ha fatto il Picasso di Parigi, di applicare «loan fees», ovvero tariffe per prestare le opere? Così non si non favorisce chi ha soldi a scapito magari di chi segue impostazioni rigorosamente scientifiche ma ha meno soldi? «Bisogna tener conto del fatto chele mostre fanno guadagnare e trovo quindi giusto che si paghi per avere quadri o sculture. Comunque dobbiamo distinguere: con i grandi musei, e penso ad esempio al Metropolitan di New York o agli Uffizi, non scambiamo denaro perché possiamo scambiare prestiti di opere. Con altre istituzioni, e penso alle Kunsthalle (sale per esposizioni diffuse in area germanica, ndr), o per le mostre in Giappone, perché non far pagare? Viviamo nel mercato, il pubblico paga il biglietto...» Di recente il ministro della cultura Aleksandr Avdeev ha proposto di colmare le carenze finanziarie dei musei russi dando la presidenza onoraria a un qualche oligarca-mecenate, a un privato. Cosa ne pensa? «Penso sia una follia. Ci sono stati tentativi di privatizzarci. Credo che un ricco possa entrare in un museo, ne abbiamo uno nel consiglio d'amministrazione, ma fornendo contributi e basta: un mecenate o un oligarca non deve decidere nulla riguardo al museo. Alcuni sono entrati in politica, ma sono contrario a un ricco privato come presidente di un'istituzione museale: un capitalista non dà mai nulla per nulla». La collaborazione etrusca con Cortona Il Museo dell'accademia etrusca e della città di Cortona (Maec) dal 7 settembre avrà in mostra temporanea 30 reperti etruschi. Tra i pezzi che tornano per la prima volta in Italia figura una urna cineraria in bronzo: raffigura un adolescente disteso su un kline, fiero e aristocratico. Risale al IV secolo a.C., fu scoperta in una necropoli vicino a Perugia nel 1842, pare l'unica urna etrusca in bronzo finora trovata. Entrò nella collezione Campana acquisita in parte, nel 1861, da un agente dello zar Alessandro II. Con la mostra il museo russo avvierà, attraverso la Fondazione Ermitage Italia, una collaborazione scientifica archeologica con Cortona. I numeri Con quasi 2,5 milioni di visitatori all'anno, il primo nucleo dell'Ermitage risale al 1764, quando la zarina Caterina II comprò 225 quadri olandesi e fiamminghi. Il museo occupa gli edifici di secondo 700 (tranne il nuovo Ermitage del secolo successivo) dell'ex corte imperiale tra cui il Palazzo d'inverno costruito tra il 1754 al 1762 dall'italiano Rastrelli e dal russo Stasov. Fra quadri, sculture, reperti archeologici e oggetti spazia dal paleolitico alla classicità mediterranea, dalle civiltà slave e orientali fino alla pittura dell'Europa occidentale. Organizzato per aree tematiche in 60mila metri quadri espositivi lungo 24 chilometri, il museo conta 400 sale. Alcune superaffollate, come la sala di Rembrandt, dove a un certo momento la ressa è tale che muoversi è difficile, o la sala della pittura italiana del '500 con star come Leonardo. Dove, inoltre, stupisce vedere quanti flash di macchine digitali e cellulari (e la luce dei flash danneggia la pittura) scattano davanti ai vari Leonardo o Tiepolo, e quante volte scatta l'allarme con qualche custode che, non sempre, prova a tenere a distanza i gruppi di turisti in marcia. Disertate, ingiustamente, le stanze con i cervi in oro e altri gioielli sciti e le testimonianze caucasiche. Infine le succursali espositive all'estero sono: alla Somerset House a Londra (250 metri quadri),ad Amsterdam (500 metri quadri), a Las Vegas con il Guggenheim (400 metri quadri), al Castello estense di Ferrara (300 metri quadri). ste.