IL MEGAPARCHEGGIO rischia di compromettere il complesso architettonico del Valadier e una delle terrazze più belle di Roma, mentre dal sottosuolo riemergono reperti in quantità. Il 2 settembre il primo parere del Campidoglio Sarà pure un'ossessione, la mia, l'ossessione Pincio, chiamiamola così, ma per decenni, nella mia vita, come in quella di tanti altri, purché abitanti di Roma per un giorno o per sempre, il Pincio è stato una realtà indiscutibile: la bellezza a disposizione di tutti, il belvedere collettivo sulla città, le cupole, l'oro dei tramonti, una cartolina, se volete, ma che male c'è, vogliamo distruggerlo per questo?... Insomma era là e lo pensavamo, noi gente comune, fino all'anno scorso - ci sarebbe rimasto «in eterno». Anche per i giochi dei bambini, la piccola giostra di legno già un po' sverniciata di quando mio figlio aveva due anni, il teatrino di Pulcinella, l'uomo senza naso - c'è ancora, cominciando la salitella verso la Casina Valadier - e serviva a «minacciare» i bambini, se non mangi ti cade il naso, come a questo qui In quegli anni, la mia relazione col Pincio era di familiarità, privilegiata dal fatto di abitare «di sotto », al Babuino. E quindi il Giardino del Lago con la barchetta - la domenica sempre con i bambini, a spiegare chi era Esculapio, il dio barbuto sull'isoletta - e poi a maggio Piazza di Siena con il Concorso Ippico ed il Carosello dei carabinieri, e, nei pomeriggi di sole d'inverno, le automobiline rosse a pedali e, l'anno dopo, le biciclette con le rotelline supplementari per imparare ad andarci: dove se non sulla terrazza del Pincio? Nemmeno sapevo che fosse intitolata a Napoleone. La confessione deve essere piena: non sapevo nulla del Pincio, della sua storia, del perché si chiamasse così, me lo godevo, nei brevi anni dell'infanzia dei miei figli, come un privilegiatissimo parco giochi per i bambini - i miei avevano dato un nome ai quattro leoni di marmo del Valadier, disposti attorno all'obelisco egizio di Piazza del Popolo - ma fu proprio nella dimensionebambino, e a suo vantaggio, che cominciai a studiare la storia di Villa Borghese, per raccontarla alla Tv dei Ragazzi, diretta da Paola De Benedetti, per cui lavoravo. Mi ero resa conto che c'erano tanti bambini di Roma che non avevano mai visto il Pincio, visitato un Museo, fatto un giro ai Fori. Cominciai dalla Galleria Borghese, conoscevo la meravigliosa soprintendente di quegli anni, Paola Della Pergola, diede il permesso per le riprese, del gruppo facevano parte ragazzini della scuola elementare Trento e Trieste di via dei Giubbonari, allora un rione molto popolare, e dello Chateubriand di Villa Strohl-Fern; li portai a vedere la Madonna dei Palafrenieri del Caravaggio, quella col bellissimo bambino nudo - il quadro fu rifiutato dai committenti per la sua impudicizia - li lasciai parlare, immaginare il bambino «vero» che aveva fatto da modello al pittore Ecco, io mi domando da tempo, senza osare di formulare la domanda a Walter Veltroni, come sia stato possibile, al Ministro dei Beni Culturali del primo governo Prodi, che riuscì nel miracolo di far riaprire, tempo un anno, nel 1997, la Galleria Borghese chiusa da quattordici anni per restauri, da Sindaco di Roma concepire invece il mega-parcheggio dentro il Pincio. In questi giorni ferragostani sono andata a rileggermi i libri. A cominciare da una avvincente guida di Villa Borghese, in cui Alberta Campitelli, soprintendente alle Ville Storiche di Roma, racconta la storia della Villa: che il principe Francesco Borghese apriva spesso «a una folla di persone di ogni ceto», come accadde nell'ultima domenica dell'ottobre 1834; una festa, secondo il cronista della rivista L'Album, dove, «oltre alle amenità del luogo, si godevano i più acconci e squisiti diletti che si potesse» «Questo antico legame con il popolo romano- osserva puntualmente Campitelli - salvò la villa dalla lottizzazione che, alla fine dell'Ottocento, aveva già distrutto alcune tra le più belle residenze nobiliari romane ». E insiste: «Agli appelli degli uomini di cultura si aggiunse, in quella occasione, la forza dell'opinione pubblica e così la villa fu acquistata dallo Stato Italiano, e il 12 luglio 1903 aperta al pubblico». E la soprintendente alle Ville storiche si rifà alla legge che ne permise l'acquisto, indicando come il Casino nobile (ribattezzato Galleria Borghese) fosse destinato a Museo pubblico di pertinenza dello Stato: «Mentre il parco con tutti gli edifici minori, le fontane e gli arredi, fu destinato al Comune di Roma che doveva però impegnarsi a mantenerne il carattere pubblico, a restituirne "il pristino splendore", a collegare la villa alla pubblica Passeggiata del Pincio». Già, il Pincio. «Si estende dove sorgeva in antico uno dei gruppi di splendide ville che coronavano RomaIn questa zona avevano i loro horti Lucullo, gli Acili, i Domizi». Gli horti erano un complesso architettonico di ville e giardini, e vi si inserivano anche piccole necropoli familiari: in quella dei Domizi fu ospitata l'urna con le ceneri di Nerone, interrata e lacrimata con lacrime sincere dalla liberta Atte che l'aveva per sempre amato I Pinci furono l'ultima famiglia aristocratica che si insediò sul colle, e finì col dargli il nome. Perché, mi chiedo, queste memorie devono far posto alle automobili? E alle moto, che già scorazzano a notte per viale Gabriele D'Annunzio, fino all'obelisco di Antinoo, e scendono e salgono a precipizio e rombanti lungo le rampe del Valadier? Il giorno di Ferragosto, nell'afa del mezzogiorno, ho risalito anch'io le rampe, da piazza del Popolo, ma a piedi: il degrado del complesso disegnato dal Valadier, su suggerimento di Napoleone - ma l'architetto già ci lavorava dal 1793 - si arricchisce ogni giorno di nuove invenzioni: ho visto un sandalo infradito, di plastica nera, appeso al braccio di una delle statue neoclassiche che ornano l'emiciclo; staccionate di legno cadenti, transenne provvisorie, cartoni perfino, sostituiscono pezzi delle balaustre infrante da qualche bravata notturna, la Fama ancora resiste ed incorona i Geni delle Arti e del Commercio nel bassorilievo della Seconda Prospettiva, mi chiedo se da qui entreranno le automobili, e che ne sarà degli elmi romani che anticipano il liberty, nella composizione firmata da Achille Stocchi e Felice Baini (1831). Il fatto è che ogni elemento della complessa architettura immaginata dal Valadier ha bisogno di restauri, e non di automobili. L'appuntamento dato dalla sezione romana di Italia Nostra, in una ferragostana conferenza stampa tenuta da Carlo e Marina Ripa di Meana e dall'avvocata Vanessa Ranieri al Caffè Canova, è fissato per il prossimo 25 agosto. Si spiegherà allora al sindaco Alemanno che la rescissione del contratto con la ditta appaltatrice potrebbe essere accompagnata dalla richiesta alla ditta del risarcimento del danno prodotto da un cantiere per molti versi illegittimo. «Di notte a Roma par di sentir ruggire i leoni», scriveva Carlo Levi nel bellissimo incipit del suo libro forse più politico e visionario a un tempo, L'orologio. Per il socio onorario di Italia Nostra, Sandro Bari (c'era anche lui alla conferenza stampa al Canova), oggi a Roma par invece di sentire «il rantolo del cementatore». Inutile precisare nome e cognome. Semmai, dubiterei del «rantolo»: visto che su un quotidiano storicamente della destra capitolina si rovescia tutta la questione del megaparcheggio in un gioco delle tre carte: sostenendo che il progetto fu portato in Campidoglio dal centrodestra. Ma, rivolgendo un appello a tutti quanti: ditemi almeno perché non vi basta l'immenso parcheggio sotto il Galoppatoio - «dal 1960 desertificato annota Alberta Campitelli - dalle griglie d'areazione »? Ora che ci hanno ritrovato la Bmw con cui sarebbe stata rapita Emanuela Orlandi, il fatto che quella lugubre automobile sia rimasta là sotto 13 anni, senza essere notata da nessuno in quel vuoto di abitatori motorizzati - non persuade a riempirlo delle ormai celebri 726 auto da sgomberare, com'è giusto, dal Tridente, cui potrebbe essere agevolmente collegato da navette elettriche e più scale mobili?