la notizia che più delle altre mi ha impressionato, in questa estate olimpica, è quella dei quattro giovani piemontesi che attraversano lItalia per raccogliere dalla viva voce degli anziani le loro storie di vita. Il dichiarato obiettivo di costruire un archivio della memoria è ambizioso. È una scelta dettata dai tempi, ma avvertita da pochi. Come qualcuno sa, insegnando Linguistica italiana alla facoltà di Lettere e Filosofia, non ho mai nascosto il mio interesse primario (direi "preliminare") per la dialettologia: non ci sarebbe, infatti, una storia della lingua italiana senza una storia dei suoi dialetti. Ecco perché sono stato colpito da questo fatto singolare dei giovani piemontesi che vogliono conservare la memoria. I ricordi dei nostri vecchi si inscrivono oggi dentro i grandi eventi storici (la guerra, la Resistenza, i movimenti migratori) oppure allinterno della cultura tradizionale ormai declinante se non scomparsa: il lavoro, la vita domestica, i giochi fanciulleschi, le pratiche alimentari, i grandi momenti dellesistenza (la nascita, il matrimonio, la morte), le feste, i saperi della tradizione. In entrambi i casi si assiste - impotenti? indifferenti? neghittosamente complici? - ai subdoli (o talvolta grossolanamente espliciti) tentativi di demolizione di entrambi i riferimenti: quello storico, prima, con rinnovati assalti, davvero disgustosi, ai valori e al significato della Resistenza, adesso con i colpi non soltanto padani inferti alla tradizione risorgimentale allinterno della quale siamo cresciuti; quello culturale, non tanto per linevitabile declino della civiltà contadina, quanto piuttosto per il deliberato strozzamento della memoria di quelluniverso di valori e di pratiche della cultura tradizionale, che è cultura dialettale. Ecco perché, in tempo di "isole dei famosi", è importante il tentativo dei quattro giovani piemontesi; importante perché non si limita a registrare frammenti di memoria, ma la memoria collettiva del Paese, nella quale i frammenti individuali, familiari, locali, regionali si ricompongono in una mirabile unità. È la tradizione policentrica italiana - linguistica, letteraria, culturale - che per secoli ha alimentato questa unità nella diversità, straordinaria ricchezza di una nazione dai mille campanili, ora aggredita da ogni sorta di particolarismo e di egoismo. Va anche detto che non è un caso che i quattro protagonisti di questa impresa operino in un ateneo del Piemonte. Al cospetto del crescente disinteresse dellamministrazione pubblica (nazionale, regionale, locale) e della scuola, sono le università - in particolar modo le facoltà di Lettere - a mantenere viva la ricerca nel campo della cultura tradizionale, delle tradizioni popolari, della dialettologia. A Palermo ci si sta impegnando molto. Il Centro di studi filologici e linguistici siciliani, che ha dovuto ora lasciare la propria sede per la progressiva riduzione dei fondi regionali, unisce allimpegno filologico-letterario quello dello studio della cultura dialettale. Alla recente fondamentale edizione dei poeti della Scuola siciliana si unisce il lavoro dellAtlante linguistico della Sicilia, con il grande Archivio delle parlate ricco di migliaia di ore di registrazione delle voci e delle testimonianze più diverse. "Storie di parlanti" è, del resto, il tema di un convegno internazionale che si terrà a Palermo nel prossimo ottobre. Come si vede, facciamo la nostra parte. In questa non facile ricerca palermitana e siciliana, nella quale sono coinvolte le Università di Catania e Messina, decine di studenti e di giovani laureati rinnovano in una prospettiva regionale limpegno dei quattro colleghi piemontesi. Va anche detto che non cè paese o villaggio in Sicilia, nei quali appassionati cultori non costruiscano i loro piccoli archivi della memoria, proprio quando le identità comunitarie - il sentimento dei luoghi e del tempo - vanno sgretolandosi sotto gli occhi di sindaci assai di rado consapevoli del valore della memoria, anche delle piccole memorie dei piccoli luoghi. In queste settimane si è fatto un gran parlare di beni monumentali e di musei, ma soltanto in chiave monetaristica: lestate si è aperta con la singolare proposta della privatizzazione di un bene pubblico come la Valle dei templi, e si sta chiudendo con la polemica sulle biglietterie e sui servizi aggiuntivi. Viene ora da dire che anche quelli immateriali - la cultura popolare, per lappunto - sono beni culturali, alla pari di un capitello. Ma non tutti se ne rendono conto, forse perché non vi è alcun biglietto da pagare.