PERUGIA - L'Umbria è un percorso a ritroso nel tempo, medierà delle opinioni e rappresentazione di come eravamo e di come potremmo diventare. L'Umbria ha le stimmate del conservatorismo scandito dall'istinto di sopravvivenza. L'Umbria siamo noi, uno specchio che riflette l'italianità con il nitore di una terra in cui fame e santità, gloria e miseria, prepotenza e umiltà si sono impastate per secoli senza diventare mai la stessa cosa. L'Umbria puoi guardarla dall'alto di Castelluccio di Norcia, un brivido lungo come il profilo che rimbalza tra le montagne dell'Italia di mezzo, o dal basso della E45, una sequenza infinita di capannoni e centri commerciali. L'Umbria puoi illuderti di scoprirla incamminandoti sulle via di Francesco, il predicatore che meriterebbe l'appellativo di santo solo per essere riuscito nel miracolo di non ribellarsi alla chiesa e neppure di sottomettersi ad essa, oppure saltellando per queste valli color ocra punteggiate dai casali tirati su pietra dopo pietra da una strana tribù fatta di attori, registi, architetti di fama con un figlio, un cane e un gatto e coppie di quarantenni olandesi con almeno tre marmocchi urlanti. L'Umbria è questo e anche molto di più. Perugia, per esempio. Città-stato e città-regione, città del potere, delle arti e dell'università. Tutto concentrato nei cinquecento metri scarsi di Corso Vannucci e piazza IV novembre, quello che una volta era il salotto di Perugia e dell'Umbria. Una volta. Adesso a Corso Vannucci hanno messo le tende una buona parte dei 42mila studenti (30mila della Statale, il resto dell'Università per stranieri) che qui hanno deciso di vivere e studiare, occupando case, sottoscala, perfino vecchie botteghe di artigiani. Poco a poco l'Università ha fagocitato tutto. Dal '92, poi, è cominciata la concorrenza tra i due atenei, che fino a quell'epoca avevano missioni diverse (quella per stranieri nasce nel '22 per l'abilitazione all'insegnamento della lingua italiana nel mondo). Con qualche duplicazione anche un po' bizzarra, come quella della Facoltà di Scienza delle comunicazioni che vanta quasi tremila iscritti all'ateneo Statale e oltre 2.200 a quella di Comunicazioni internazionali dell'Università per stranieri. Ai perugini non è rimasto che fuggire nei quartieri residenziali o periferici come quello di Montegrillo. Con loro è migrato o sparito l'esercito di artigiani e commercianti che una volta animava il centro. Nella parte antica di Perugia hanno resistito un paio di banche, il Municipio, la sede della Regione, gli alberghi e, naturalmente, le sedi dei due rettorati e di alcune facoltà. In mezzo, una serie infinita di pizzerie, fast food, bar, self service cui tocca sfamare migliaia di studenti e professori. Ogni tanto anche gli studenti sono costretti a far la spesa, allora si trasferiscono nei centri commerciali che incombono sulla superstrada Perugia-Assisi: enormi cubi di cemento di giorno e luna-park di sera dove si mangia, si beve, ci si diverte e si va al cinema. Alberto Grohmann, storico dell'architettura e perugino d'adozione, gioca ad attribuire le diverse zone della città ad artisti di epoche diverse : «In trent'anni siamo passati dal Perugino a De Chirico». Grohmann allude alla verdissima collina di Montegrillo, ormai uno dei quartieri dormitorio più brutti d'Italia, e al nuovo centro direzionale disegnato da Aldo Rossi tra la stazione e l'autostrada, un quadro metafisico che fa arricciare il naso ai perugini. Da Perugino a De Chirico potrebbe essere il percorso di una mostra di pittura italiana che si snoda lungo cinquecento anni di storia. Invece è il percorso urbanistico di una città capoluogo pure lungimirante in alcune scelte di mobilità: i parcheggi a valle e le scale mobili che li collegano con il centro storico, adottati con successo in buona parte delle città di Marche e Umbria, furono sperimentati per la prima volta proprio a Perugia. Grohmann, ascendenze metà austriache e metà napoletane, allarga le braccia e individua la madre di tutti gli errori in una amnesia piuttosto diffusa negli anni 70: «Allora si pensava alle aule universitarie e alle sedi degli atenei e tutti si dimenticarono dei collegi dove ospitare gli studenti». Un errore commesso, in verità, da gran parte delle città universitarie italiane con l'eccezione, forse, della sola Pavia. Ora Perugia vuole correre ai ripari, trasferendo il vecchio Policlinico di Monteluce nella zona industriale dove sorge lo storico stabilimento della Perugina (di proprietà della Nestlè) e trasformando la zona dell'ospedale in collegi. Università e politica, difficile che a Perugia si parli di altro. E guarda caso sono sempre alcuni docenti del dipartimento di Storia a punzecchiare, provocare, polemizzare. Non è un gioco concertato, però alcune coincidenze saltano agli occhi. Se Grohmann attacca sull'urbanistica e la pianificazione territoriale, alla politica ci pensa Ernesto Galli della Loggia, docente di Storia contemporanea a Perugia ed editorialista del Corriere della Sera. In un libretto di poco più di cento pagine dal titolo che suona come una condanna («Rossi per sempre») lo storico ha stilato un atto di accusa spietato contro la politica umbra e il conformismo di sinistra che vi allignerebbe. La tesi è semplice: la mancanza di un ceto urbano e borghese avrebbe spinto quello che una volta era il blocco agrario ad aderire massicciamente prima al fascismo e poi al socialcomunismo. Con il corollario di degenerazioni, incrostazioni e abusi di potere che ogni oligarchia senza alternativa si porta inevitabilmente appresso. Una interpretazione, con ogni probabilità volutamente estremizzata, che ha scosso la classe dirigente locale, compresa la sanguigna presidente della Regione, Rita Lorenzetti, ex sindaco di Foligno e per quattro legislature a Montecitorio con i Ds, unica governatrice donna di una Regione grande come una città (822mila abitanti). Nel suo ufficio al primo piano di un palazzo rinascimentale, manco a dirlo in Corso Vannucci, alla domanda su cosa pensi dell'analisi di Galli della Loggia la Lorenzetti esclama: «Madonna, scàmpace!». Poi si tappa la bocca e sfodera la celebre medietà umbra: «Noi non vogliamo né compiacerci per le bellezze della nostra terra né per un sistema di coesione sociale che ha mostrato di funzionare. Io sono per una politica che studi, approfondisca e si concentri sulle criticità in modo spietato. Siamo consci di dover fare di più. E non smettiamo di ripeterlo agli abitanti di questa regione». Le criticità, come le chiama la Lorenzetti, non sono poche. L'invecchiamento della popolazione, un modello industriale da reinventare (le grandi imprese o sono state chiuse o sono nelle mani delle multinazionali) che la presidente della Giunta regionale vorrebbe tutto orientale alla ricerca e all'hi-tech, nuove infrastrutture, come le dorsale Est-Ovest e i collegamenti tra Tirreno e Adriatico. Infrastrutture per attrarre nuove imprese, infrastrutture per richiamare manager italiani e stranieri che magari comprerebbero volentieri un bel casale ed eleggerebbero l'Umbria terra di svago e di lavoro, infrastrutture per calamitare sempre più turisti. Ecco uno dei casi in cui la ragion politica e pratica si scontra con quella della conservazione del paesaggio. Vittoria Garibaldi, pronipote dell'eroe dei due mondi («Da lui ho ereditato il senso della libertà»), prima direttrice della Galleria nazionale dell'Umbria e dal '94 Soprintendente ai beni architettonici, ha lo sguardo sereno e opinioni che non si prestano a interpretazioni: «Tutto dipende dal salto dal mondo rurale alla modernità. È mancata la transizione, quella fase intermedia che consente di metabolizzare cambiamenti sociali così imponenti». La Garibaldi attribuisce a questa accelerazione parecchi errori urbanistici, la forte concentrazione di centri commerciali e una minore attenzione all'ambiente rispetto a regioni come la Toscana. La Soprintendente nutre un amore smisurato per l'arte, quella che considera il vero patrimonio e la grande fonte di ricchezza di questa regione. «Vada alla Galleria nazionale dell'Umbria, si soffermi sui quadri del Perugino, lì coglierà il cuore d'oro di questa terra». Riaperti nel '94, dopo lunghissimi lavori di ristrutturazione, i 2.700 metri quadri della Galleria ospitata ai piani superiori del palazzo dei Priori, sede del Municipio di Perugia e uno dei luoghi simbolo del Medioevo si sono subito dimostrati insufficienti a sostenere il flusso di visitatori, triplicati in pochi anni. Vittoria Garibaldi, a quel punto, ha chiesto nuovi spazi e il sindaco di Perugia, senza battere ciglio, ha trasferito altrove gli uffici comunali liberando altri mille metri. Dal 28 febbraio al 18 luglio la Galleria offrirà agli occhi delle centinaia di migliaia di appassionati la più completa mostra del Perugino mai tenuta al mondo. Un evento, almeno così si augurano gli organizzatori, che accenderà i riflettori di mezzo mondo su Perugia. L'Umbria di Pietro Vannucci detto il Perugino è qualcosa di più di un manifesto artistico: il pittore spalanca le porte al Rinascimento, declina i cantici francescani in mille tonalità di verde, combina sacro e profano, inventa una nuova regola di ordine e armonia. È arte, ma anche la rappresentazione di com' erano gli umbri di allora e di come alcuni di loro vorrebbero tornare a essere.