«Ridateci Bottai e le sue due leggi del '39». L'invocazione resta pienamente attuale. Il nuovo Codice dei Beni culturali tanto caro al ministro Urbani - e che purtroppo sostituirà, in un colpo, le leggi bottaiane, la legge Galasso e il Regolamento Melandri sulle cessioni - si presenta come un tipico pasticciaccio berlusconiano nel quale le belle parole del ministro e dei suoi esperti fanno da decorazione, ma la sostanza del budino è fornita dalla direttiva di Tremonti: «fare cassa». Anche coi beni culturali demaniali, anche col maxi-condono edilizio. Ieri mattina, parlando al convegno nazionale del Fai, il ministro Urbani ha confermato in pieno l'incorporazione della ghigliottina del silenzioassenso sulla vendita dei beni culturali pubblici per i quali i soprintendenti «hanno 120 giorni di tempo per decidere. Non sono pochi, sono tantissimi». Non è vero : in quel termine sono compresi infatti i 30 giorni per richiedere il parere ai soprintendenti regionali i quali poi devono girare la pratica a quelli specializzati, per i quali il termine «perentorio» entro il quale dare un «motivato parere» è di 30 giorni. Cioè niente. Tanto più che le Soprintendenze ai Beni architettonici, le più direttamente interessate, hanno pochissimi tecnici (pagati sui 1200-1300 euro al mese) per una montagna di istruttorie e di pratiche da sbrigare. In regioni già tanto manomesse come Sardegna e Liguria hanno rispettivamente 8 e 5 pratiche a testa per giorno lavorativo. Su questa struttura si rovesciano ora le richieste di «motivato parere» per vendere o non vendere. Se non risponderanno, si venderà. Urbani, ieri attaccato dagli oratori non governativi, l'ha messa giù facile : «Se in 120 giorni non hanno risolto, possono fare in 5 minuti una dichiarazione». Grande serietà, come si vede. O fumo? Ovviamente il nuovo Codice spazza via tutta la minuziosa procedura messa in piedi dal Regolamento n.283 del settembre 2000, in base al principio che tutti i beni culturali pubblici erano inalienabili fatte salve le eccezioni autorizzate dalle Soprintendenze (in almeno due anni di tempo e sulla base degli elenchi forniti dagli Enti proprietari) sia per le vendite che per le semplici cessioni in uso. Qualcuno penserà che siano vincolati da decenni i palazzi e gli altri beni pubblici di una certa importanza. No, perché, essendo considerati non vendibili, non si avvertiva la necessità di un vincolo specifico. Il ministro Urbani va ripetendo in giro che questo suo Codice difenderà meglio di ogni altra norma il paesaggio da lui «tutelato come bene culturale». Vestito retorico pomposo, sotto il quale non c'è nulla. O meglio c'è una drastica riduzione della salvaguardia. Per i piani paesistici regionali non c'è scadenza, mentre la legge Galasso dell'85 li imponeva entro un anno, tant'è che, come è accaduto per Campania e Calabria, le Soprintendenze si sarebbero sostituite alle Regioni inadempienti. Inoltre vengono meno i vincoli «ope legis» esistenti da molti anni e che comunque una difesa la consentivano. Inoltre sulle autorizzazioni edilizie (dal progetto singolo alla lottizzazione) gli organismi di tutela saranno chiamati a dare -nei soliti 30 giorni «perentori» - una valutazione all'atto della presentazione, ma sarà un parere soltanto consultivo. Né vi sarà altro alla fine del percorso. Così lo Stato rinuncia al potere di bocciare le autorizzazione comunali e regionali. E poiché le Regioni hanno, per lo più, sub-delegato in materia i Comuni, vorrà dire che questi ultimi, pure i peggiori, saranno i certificatori di se stessi, controllori e controllati. «Ho lavorato un anno abbondante», ha premesso Urbani. Complimenti. A lui e agli esperti. I soli responsabili. In passato, infatti, tutti i provvedimenti importanti passavano dall'organismo ministeriale in cui sono rappresentati i tecnici dei beni culturali, il mondo universitario, quello delle Autonomie, i sindacati, ecc. Il Codice - che ha sostato poche ore anche alla Camera e al Senato per un parere - nel Consiglio Nazionale dei Beni culturali non è mai arrivato. Questo organismo strategico è stato rinominato o rieletto sette mesi fa, ma il signor ministro non ha trovato il tempo o la voglia di convocarlo. Neppure una volta. Ridateci Bottai.