La rivoluzione dei servizi aggiuntivi arranca, segna il passo, rischia di fermarsi davanti ai risultati non esattamente lusinghieri conseguiti in quattro anni, dal 2004 a oggi. E potrebbe trasformarsi presto in restaurazione. La giunta guidata da Raffaele Lombardo, nella seduta del 25 giugno scorso, ha dato unindicazione chiara. Quasi ovunque non sono state realizzate le strutture che dovevano ospitare i servizi aggiuntivi Il governo pensa alla possibilità di fare rientrare in campo una spa pubblica Granata: "Un errore" Scadute proprio a giugno le concessioni alle tre associazioni dimpresa (Novamusa, Federico II, I luoghi dellArcadia) che gestiscono i siti regionali in cinque province su nove (Palermo, Messina, Siracusa, Agrigento, Trapani), la linea è quella di prorogare i contratti esistenti fino al 31 dicembre. Ma nel frattempo, è scritto nella delibera di Palazzo dOrleans, «lassessore è autorizzato a procedere allaffidamento dei servizi alla società Beni culturali» e, in alternativa, allindizione di una nuova gara a evidenza pubblica per la scelta dei nuovi soggetti concessionari. Qualcuno vi ha letto un ritorno al passato, con laffidamento a una spa pubblica di quei servizi (dai punti di ristoro alle librerie) che dovrebbero costituire un valore aggiunto per lofferta turistica siciliana. E questo proprio nei giorni in cui lassessore ai Beni culturali Antonello Antinoro paventava addirittura la privatizzazione della Valle dei Templi. Fabio Granata, responsabile delle politiche culturali di An, sente puzza di bruciato: «Un segnale che non mi piace. Non credo che nella Beni culturali spa, lex Arte e vita, ci siano le professionalità necessarie per gestire un settore così delicato». Ma proprio Granata, il padre della riforma dei servizi aggiuntivi, oggi sale sul banco degli imputati. Perché in Sicilia, lapplicazione della legge Ronchey si è rivelata pressoché un fallimento. Lo dicono gli esperti, si comprende direttamente dai fatti: da un lato, i suddetti servizi latitano (o sono appannaggio degli abusivi), dallaltro le società concessionarie sono entrate in contenzioso con la Regione o manifestano voglia di fuga. Emblematica lesperienza della Novamusa, cartello capeggiato da una società che gestisce importanti monumenti nel resto dItalia (Ostia antica, lAuditorium di Roma), di cui fanno parte imprenditori siciliani di spicco come Franza e Ciancio. Ha ottenuto in gestione, fra gli altri, un sito di rilevanza mondiale come il teatro antico di Taormina. «Quando facemmo un sopralluogo al teatro - spiega Gaetano Mercadante, il presidente di Novamusa - gli emissari della Regione ci dissero che dovevamo realizzare tutto, biglietteria, libreria e ristorante, in uno spazio di pochi metri quadrati. Chiedemmo e ottenemmo che nel bando e nel capitolato fossimo autorizzati a realizzarle noi, le infrastrutture necessarie». Da quel momento è cominciata però una gimcana amministrativa, per chi aveva deciso di puntare forte sui giacimenti culturali siculi. Primo quesito: chi doveva pagare quelle opere? La giunta regionale, ancora durante la gestione Granata, affermò che le spese per i lavori eseguiti dai privati potessero essere "defalcati" dai canoni pagati dai privati. Più avanti, un nuovo assessore - il forzista Alessandro Pagano - inserì in bilancio i fondi per mettere su le opere, lasciando intendere che la competenza tornava alla Regione. Ma Novamusa aveva già presentato i progetti - redatti insieme alle soprintendenze - e decise di proseguire, ove possibile, nella realizzazione delle infrastrutture al servizio dei turisti. Nel frattempo, si è aperto un enorme contenzioso con lamministrazione. Perché la società, sentendosi danneggiata, ha trattenuto i proventi dei biglietti. Dodici milioni comprensivi delle cifre da girare ai Comuni, secondo lassessorato. Molto meno, a parere della stessa Novamusa. «È stata la Regione a violare gli obblighi contrattuali - dice Mercadante - impedendoci di fatto di realizzare, come previsto, bookshop o bar. Il vantaggio economico per noi, deriva dalla vendita di un libro o di una coca-cola, lutile sui biglietti è minimo. E avete idea di quanto si possa ricavare da un ristorante vicino al teatro di Taormina o a Selinunte? Il lucro cessante, per noi, si può quantificare in almeno un paio di milioni di euro». Ora, saranno i giudici a pronunciarsi sulla legittimità del comportamento della Novamusa. Ma simile è lesperienza della Federico II, la sigla (solo omonima della fondazione dellArs), che nel 2003 si è aggiudicata la gestione dei beni monumentali palermitani. Durante un incontro in assessorato avvenuto lo scorso 5 agosto, il rappresentante dellassociazione di imprese, Carlo Ottaviani, ha fatto mettere a verbale di accettare la proroga a dicembre. Ma ha anticipato che poi si farà da parte, perché la Regione «non ha dato esecuzione alle pattuizioni contenute nella concessione». Il verbale contiene le accuse di Ottaviani: la consegna dei musei «è avvenuta scaglionata nel tempo e non in ununica soluzione». E ancora: «Non sono stati messi a disposizione gli spazi indispensabili per lo svolgimento dei vari servizi (bookshop, caffetteria)». Inoltre: «È stata adottata una serie di iniziative (visite notturne, gratuite) senza che preventivamente fossero concordate le relative modalità con il concessionario». Infine: «Nella fase esecutiva i siti museali di maggior prestigio (San Giovanni degli Eremiti, Museo Salinas e Palazzo Abatellis) sono stati resi prima inagibili e poi definitivamente chiusi». Provateci voi, a far diventare la cultura un business, in queste condizioni. E allora Granata si sfila: «Se la mia riforma non è decollata - afferma lex assessore - la responsabilità è delle soprintendenze che non hanno mai voluto cedere quote di sovranità sulla gestione dei beni culturali. Ma la strada per la politica è segnata, non si può fare retromarcia». Però il dirigente generale dei Beni culturali, Romeo Palma, con il piglio del magistrato contabile, dice che il settore dei servizi aggiuntivi non può diventare una zona franca: «Quello che farei, se dovessi riscrivere i bandi per le nuove concessioni - afferma Palma - è prescrivere semplici disposizioni come lobbligo di numerare i biglietti, o prevedere penali per le società che ritardano anche di pochi giorni il trasferimento dei proventi allamministrazione centrale. Non è possibile che gli unici dati che lassessorato possiede sul numero dei biglietti venduti o sugli incassi siano quelli che ci forniscono i concessionari. Serve un controllo da parte dellamministrazione centrale. Ciò che è assolutamente mancato in questi anni».