Salviamo l'Italia o almeno quanto di essa rimane. Muto ma benevolo, il presidente Ciampi ha ascoltato ieri mattina il grido di dolore che il Fai ha levato a Roma sulle disastrose condizioni in cui si trova il nostro patrimonio artistico, ma soprattutto quello paesaggistico, che forse in questo momento è quello che presenta le ferite più profonde. A lui il Fondo per l'Ambiente italiano, nel corso del suo primo convegno nazionale, ha presentato il nuovo "decalogo" ossia dieci proposte per la salvaguardia del paesaggio e dell'arte che hanno il loro incipit nell'invito a «Riconoscere nell'eredità culturale del passato le radici della nostra identità nazionale». Il convegno segna anche un momento di passaggio del Fai, deciso a passare, da benemerita associazione di signore di buona famiglia che salvano le ville, a qualcosa che coinvolga vasti strati della popolazione «perché i divieti non servono -ha detto il direttore del Fai Marco Magnifico - se non esiste la consapevolezza della gente. Il nostro sogno è arrivare a qualcosa che somigli al National Trust inglese che riunisce 3 milioni e 400 mila soci». E che possiede anche, lo ha precisato l'ex direttore Marlin Drury, 248 mila ettari di terreno, 960 chilometri di coste e circa duecento edifici storici. Certi paragoni però è meglio non farli altrimenti ci si scoraggia. Ma il clima ieri, nella sala del monumentale Complesso di Santo Spirito in Saxia, a un passo da San Pietro, era tutt'altro che scoraggiato, anzi molto entusiasta e battagliero, riscaldato dalle polemiche che in questi giorni hanno accompagnato la nascita del Codice per i Beni Culturali del ministro Urbani eppure per una volta apolitico, niente che assomigliasse agli starnazzamenti della conferenza stampa tenuta qualche giorno fa, sempre a Roma, dagli ambientalisti. Urbani e Melandri, attuale ed ex ministro dei Beni Culturali, si sono sorbiti ciascuno la propria dose di critiche («La sinistra - ha detto Giulia Maria Crespi - ha seminato semi, che sono purtroppo diventati alberi»), in quanto rappresentanti di uno Stato che, pur possedendo dal 1939 una legislazione di tutela fra le più avanzate del mondo occidentale, ha consentito la barbarica devastazione degli ultimi cinquant'anni. Uno spiraglio nel buio lo ha portato la presidente del Fai annunciando di avere saputo proprio ieri mattina che lo sciagurato emendamento per la depenalizzazione dei reati edilizi nelle aree protette, è stato cancellato. Ma gli animi si sono di nuovo accesi quando la presidente ha invece proclamato che il condono edilizio «fa sembrare imbecilli gli onesti, quindi noi tutti, presenti qua oggi, siamo degli imbecilli». Poi, nella sua inarrivabile naivité lombardo-chic, si è fatta promettere davanti a tutti dal ministro Urbani che riceverà il Fai e le altre associazioni per eventuali critiche e proposte di correzione del Codice. E per ottenere la promessa non si è fatta scrupolo di paragonare il ministro a un principe azzurro che salva la Cenerentola Italia dalla mela avvelenata della speculazione edilizia. Irnbarazzatissimo più per questo audace paragone che per tutte le critiche fatte al suo Codice, Urbani ha giurato che dal condono sono esclusi zone protette e centri storici (nei quali anzi è prevista la demolizione) e ha ripetuto quanto ha già detto in questi giorni sull'efficacia della nuova legge che riordina la confusa e spesso contradditroria normativa, chiarendo le rispettive competenze dello Stato e delle regioni. La legge Galasso sulla cui "invalidazione" si strappano i capelli gli ambientalisti, secondo Urbani è invece una specie di colabrodo, le aree protette "ope legis" lo sono solo sulla carta. «In Sardegna - ha tuonato - il cento per cento dei veti delle sovrintendenze in fatto di paesaggio è annullato dai tribunali amministrativi». I risultati si vedono. Ma soprattutto si rende evidente la debolezza di uno Stato che alla periferia non ha armi per far rispettare le sue leggi «e l'istituzione delle Regioni - ha detto Salvatore Settis - ha grandemente peggiorato le cose, dando a ognuna la possibilità di decidere a suo modo mentre le regole di tutela devono essere uguali per tutto il territorio nazionale». Sostenitore strenuo del valore pubblico dei beni culturali, quindi della loro appartenenza allo Stato e del ruolo di controllo centrale e insostituibile dello stesso, il direttore della Normale di Pisa è una sorta di Bottai redivivo in veste democratico-parlamentare. Se per il ministro fascista, arte e paesaggio erano «il volto stesso della patria», per Settis la loro distruzione mette in gioco la nostra stessa identità culturale. La difesa? «Una sola, la Costituzione». Più precisamente quell'articolo 9 («La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico-artistico della Nazione») nel quale secondo Settis rivive lo spirito di quella legge Bottai «che non a caso è stata trasferita nella Costituzione repubblicana. L'articolo 9 in sé è perfetto ma ho saputo che sono in discussione in Parlamento ben nove, emendamenti, proposti da tutte le parti politiche, per modificarlo e svuotarlo di significato». Ma come è possibile, professore, che con queste leggi eccellenti, si sia verificato lo scempio dell'ultimo mezzo secolo? «Diciamo innanzitutto che senza quelle leggi lo scempio sarebbe stato decuplicato. E poi il problema oggi è un altro: lo Stato deve dotare le sue istituzioni di mezzi e personale. Le sovrintendenze vanno svecchiate, potenziate, dotate di tecnologie. Altrimenti anche la nuova legge è come una coperta troppo corta». «Il Codice? Confuso, frutto di menti deboli». Il parere di Vittorio Sgarbi è decisamente negativo: «La suddivisione del ministero in quattro dipartimenti non fa che aumentare la confusione delle competenze. E in quanto a competenze, controlliamo quelle di certi soprintendenti per i quali, tanto per fare un esempio, la pensilina di Isozaki agli Uffizi va benissimo».