«Italiani svegliatevi!». Nella gran sala di Santo Spirito in Sassia, a due passi dal Vaticano, Giulia Maria Mozzoni Crespi, la minuta ma energica e tenace presidente del Fondo per l'ambiente italiano (Fai), ha lanciato ieri una chiamata alle armi in difesa delle bellezze d'Italia sotto assedio. L'occasione era il primo convegno nazionale del Fai, un'associazione fondata con successo 30 anni fa, ma che adesso punta ad uno sviluppo molto più esteso e capillare, sul modello del «National Trust» inglese nato più di 100 anni fa (ha tre milioni di aderenti contro i 60 mila del Fai). Titolo del convegno, non a caso: «Conservazione e partecipazione». In prima fila Carlo Azeglio Ciampi. Il capo dello Stato era lì per ascoltare e non è intervenuto, ma con la sua presenza -spiegano al Quirinale - ha voluto esprimere il suo sostegno attivo alla campagna per la tutela dei tesori d'arte e del paesaggio del Paese. Del resto lo esige la Costituzione, e in particolare quell'articolo nove che egli ama esaltare (di recente anche in un discorso alla National Gallery di Washington). Per la quantità e la qualità dei partecipanti e la solennità del luogo (per non parlare dei cori che hanno aperto i lavori) il convegno di ieri è parso una sorta di messa laica in difesa dei beni culturali e paesaggistici. Alla fine il direttore del Fai, Marco Magnifico, ha elencato «le dieci proposte per l'ambiente italiano» - una sorta di decalogo di cui la proposta numero sette (Promuovere la partecipazione) viene appunto considerata la più significativa ed urgente. Il distico di quel decalogo, una splendida citazione presa da una lettera di Petrarca a Cola di Rienzo, ci ricorda che la battaglia in difesa dei beni culturali è di lunghissima data: «Così a poco non solo i monumenti ma le stesse rovine se ne vanno. Così si perdono testimonianze ingenti della grandezza dei padri e voi, tanta migliaia di forti, voi taceste (...) non dico come servi ma come pecore, e lasciaste che si facesse strazio delle membra della Madre comune». Come pecore, appunto. Perché la beata indifferenza di fronte agli scempi, agli abusi, alle deturpazioni rimane, ieri come oggi, il nemico principale. Dice il decalogo del Fai che è appunto «la diretta partecipazione di ciascun italiano alla tutela del nostro ambiente storico e naturale lo strumento prioritario per realizzare uno sviluppo compatibile con i valori della conservazione». La Mozzoni Crespi, accanto alla quale sedeva il ministro dei Beni Culturali Giuliano Urbani, è passata al concreto: «Quest'ultimo condono edilizio, caro Urbani, noi non riusciamo proprio a digerirlo. Soprattutto perché fa sembrare imbecilli gli onesti». E rivolta alla platea: «Sono sicura che voi siete tutti onesti. Beh, adesso ve lo dico: in realtà siete tutti imbecilli». Urbani ha preferito mettere l'accento sul nuovo Codice per i Beni Culturali e paesaggistici che ha appena varato - la prima grande riforma del settore dalla legge Bottai del 1939. «Ho lavorato un anno abbondante per mettere in campo rimedi allo stato di malattia in cui continua a versare il nostro paesaggio, ancora sottoposto a rischi di devastazione. Tra. l'altro abbiamo bandito la possibilità di ricorrere a un mostro: le cosiddette "autorizzazioni in sanatoria". E la depenalizzazione dei reati per abusi edili è stata ritirata». Insomma, «un mezzo miracolo». La Mozzoni Crespi si è chiesta, con un misto di speranza e perplessità, se il ministro Urbani potesse davvero essere «il principe azzurro» che sveglierà l'Italia dal suo malefico torpore. Ma il Codice Urbani è già sotto il tiro di molti esponenti del mondo ambientale e della conservazione, i quali sostengono che decentrando la tutela dei beni culturali e del paesaggio dallo Stato a vantaggio delle Regioni, di fatto riducendo il peso e il ruolo delle sovrintendenze, si finirà per fare un passo indietro anziché un passo avanti. Padrona di casa, la Mozzoni Crespi ha comunque voluto dare ad Urbani il beneficio del dubbio. «Se ce la farà a fare una riforma che funziona, io le offrirò il più bel pranzo della mia vita».