«Se visito una mostra faccio come molti, cioè fingo di capire. Ma, sinceramente, non capisco». Lha detto il signor Bondi Sandro, che di mestiere fa il ministro della Cultura. Sdoganati da lui gli hanno fatto eco in tanti: una nobile gara a dire che larte contemporanea è indigesta. La notizia di queste esternazioni, da parte di una nutrita pattuglia (si noti bene: bipartisan e transgenerazionale) di personalità politiche, che a vario titolo svolgono un ruolo istituzionale nella gestione della cultura nel nostro Paese, sarebbe di per sé poco più che una delle tante boutade ferragostane, se non arrivasse allindomani della feroce mannaia sulle spese del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali sancita dalla nuova Finanziaria. Il fatto che nella nostra stravagante penisola isole comprese - nel corso della storia si siano sedimentati oltre la metà dei manufatti artistici dellintero pianeta, viene tendenzialmente vissuto con malcelato fastidio, come una fattura. Si sa, i monumenti si scrostano, i quadri richiamano la polvere e non sì sa mai dove parcheggiare la macchina, scaricare rifiuti, tirar su cartelloni pubblicitari, costruire capannoni. Ignora larte e mettila da parte. E stiamo parlando dellarte «classica», quella "ambasciatrice di bellezza" che, dai numerosi intervistati sul tema, viene gagliardamente opposta a quella «roba» moderna che provoca loro «lencefalogramma piatto». Se già - in generale- interessano poco i «bravi pittori del passato», tipo Raffaello (quello che un politico confessa di conoscere solo perché era incluso nel programma scolastico), figuriamoci quale attenzione può generare un qualsiasi artista moderno o contemporaneo. Non è certo una novità, siamo sempre dalle parti del cane che si morde la coda. Dietro tutto questo, cè una scuola che non funziona (martirizzata oltremisura dai tagli allistruzione) e una televisione pubblica che non fa il suo dovere (con qualche bella eccezione come il delizioso programma Passepartout di Philippe Daverio su Rai 3). Insomma la cultura come perdita di tempo, «roba» da radical chic. Il risultato sono gli studentispettatori svogliati che poi, magari eletti in parlamento dovranno persino decidere le linee guida della politica culturale del Paese. Dalle dichiarazioni, apparse sul quotidiano La Stampa di ieri, spicca una certa originalità di punti di vista, una malcelata svogliatezza di fondo. Tutti gli intervistati celiano, mettendo prima le mani avanti - «non sono un esperto; sono un ingegnere; forse non sono abbastanza intelligente per capire» - poi però vanno giù duri: larte deve essere popolare (incongrua nostalgia per il Realismo socialista?) e gli artisti moderni dovrebbero farsi capire (magari allegando un libretto distruzioni alle loro opere- come se "leggere" le opere classiche sia una passeggiata). Piero Manzoni e Lucio Fontana, due giganti del Novecento, vengono riassunti canagliescamente come un coprofilo il primo e un guitto del taglierino il secondo. Una installazione temporanea di Mimmo Palladino viene accusata di «turbare» lo skyline di Modena. Ma si sa che normalmente a scuola questi artisti non si studiano perché non si fa mai in tempo a finire il programma. Certo non è obbligatorio conoscere la storia dellarte, ma in certi casi (quando tutto sommato ci si deve occupare di cultura per motivi istituzionali e non per piacere personale) un piccolo sforzo sarebbe auspicabile. Perché lamentarsi? In fondo basterebbe seguire le indicazioni che il buon René Magritte aveva graziosamente fornito (giusto ottantanni fa), mettendo la didascalia «Ceci n est pas une pipe», ad una sua opera che apparentemente ritraeva una pipa. Ma lasciando da parte il noioso aspetto culturale, forse gioverà rammentare agli autori dellouting collettivo estivo bipartisan e transgenerazionale (che con candore ammettono di ignorare chi siano Vanessa Beecroft e Maurizio Cattelan e che cosa facciano nella vita) che nel resto del mondo capitalista il sistema arte viene considerato un elemento prioritario del mercato, un settore strategico per limmagine nazionale, al centro di interessi stratosferici. larte non è facile, come non lo è la vita. Bisogna meritarsela.