Sarà stato il 48 quando il liceo senza nome al quale ero iscritto programmò per noi studenti una visita ai templi di Paestum. Di quel giorno nellarea archeologica mi resta il ricordo vivo di come noi ragazzi trasformammo la spiaggia in campo di palla a mano tra i resti di macchine senza vita. Frammenti di quello sbarco dal quale iniziò la fine della guerra con tutte le sue privazioni. Dei colori di quel giorno da qualche parte mi restano delle piccole foto 5 per 3 con i bordi dentellati, scattate con una "Comet" regalo del mio compleanno. Dei templi, invece, sia nelle immagini e sia nei miei ricordi, non resta nulla perché a quelletà la memoria è il futuro e neppure il presente aiuta a capire. Ci sono ritornato dopo molti anni appassionato di quel mondo vissuto fra acquitrini e malaria da grandi della storia, ed il fascino oltre che dalla terribilità delle strutture, era anche tutto contenuto nel racconto di Goethe, nei disegni di Schinkel viaggiatori del "Gran Tour" e nelle acqueforti di Piranesi. Curiosi questi uomini del 7-'800 che scoprirono i due filoni della storia moderna, sempre in oscillazione fra romanticismo e neoclassicismo. Chissà quando si sarà deciso che la storia e la memoria sono imprescindibili per la civiltà futura e che il passato (molto prima della scoperta del Dna) è in realtà coscienza della contemporaneità di tutte le azioni umane. Il fascino dei reperti di Paestum, come Selinunte, Segesta o Agrigento non sta tanto nella cultura degli stili del passato, ma come ammoniva Ruskin sono le pietre che emanano saggezza e fascino e ci consentono di conservare gelosamente la nostra presenza di "persone" su questo pezzo di mondo con tutte le sue fascinose storie (da Omero in poi) di uomini che hanno attraversato in lungo e in largo il nostro Mediterraneo. Il rispetto per ciò che gli dobbiamo non è solo per le tracce che ci ha lasciato, ma soprattutto perché ci aiuta a vivere ed a sentirci effetto di cause molto più grandi di noi che ci ammoniscono sul modo come altri uomini hanno saputo costruire logica estetica, elaborando le necessità quotidiane. Quanto lontana ci appare oggi quella realtà se ci guardiamo intorno valutando con obiettività lo stupidario del nostro quotidiano. Ha ragione Saviano a definire gomorra il nostro tempo, perché abbiamo di fatto rinunciato ai valori ed alla nostra storia. Camorra a parte! Pensavo tutto questo dalla vecchia circonvallazione sud delle mura di Paestum, trovandomi improvvisamente di fronte ad un cantiere impossibile che ha realizzato a monte un nuovo inutile anello viario nel più schietto stile "modernista" e, cosa che sembra impossibile, con il benestare degli organi di tutela ambientale, soprintendenze ed enti nominati a vigilare su quei valori dei quali più che mai la nostra società ha bisogno. Eppure nel più totale disinteresse è stata realizzata unoffesa grande alla nostra memoria che, quello si, rappresenta un bene dellumanità. Parafrasando Otello "Se mi rubi la memoria prendi qualcosa che non fa ricco te, ma rende povero me". Le soprintendenze e gli enti sono chiamati a questo grande compito, che non è di reperire e museificare la storia e i suoi frammenti, ma dovrebbe essere la diffusione dei contenuti della nostra storia sociale, di fronte ai resti terribili ed indifesi delle nostre tracce. Non voglio esagerare, ma nellOdissea (anche per ragioni personali), sono sempre stato attratto da quellepisodio al quale Omero dedica poche righe: quando Ulisse torna ad Itaca, città senza più storia né valori, solo il cane Argo lo riconosce, per morire poco dopo ai suoi piedi. Le nostre mura, i nostri reperti sono in fondo così: unici elementi dei quali possiamo dopo tanti anni riconoscerci, fedeli, innamorati e orgogliosi di tutto quanto siamo stati capaci di realizzare. In alto, sulla nuova strada, un mega-parcheggio completa lo scempio di quellangolo di universo. Ed anche qui Omero ci ammonisce con il suo cavallo, metafora della vanità e della stupidità umana.