«Grandi architetti, attenti a non essere usati come foglie di fico per le grosse operazioni immobiliari». Antonio Monestiroli, preside della facoltà di Architettura del Politecnico Bovisa di Milano, non è lunico a dare voce a un dubbio diffuso. Che allinizio si poteva appena sussurrare per non essere tacciati di provincialismo o di lesa maestà nei confronti dei bei nomi dellarchitettura. Le archistar, per usare un neologismo insieme scintillante e irritante. Ormai non cè città che non abbia un mega-progetto delle stelle dellarchitettura contemporanea: Milano, dove una volta cerano i padiglioni della Fiera, avrà le tre torri griffate da Libeskind, Isozaki e Hadid; Savona si è rifatta il look affidandosi a Bofill e Fuksas. Rimini promette di cambiare volto al suo lungomare con i progetti di Foster, Nouvel e de Smedt. I nomi sono quasi sempre gli stessi. Come una squadra di calcio. E fatti eccoli, ritratti in una fotografia, tutti insieme allEliseo con il presidente Nicolas Sarkozy che li ha chiamati a raccolta. Perché larchistar è, o dovrebbe essere, garanzia di qualità. Di modernità. «Lopinione pubblica ha bisogno di celebrità, di figure simboliche. Dopo le stelle del cinema, dopo le popstar, adesso tocca ai grandi architetti», sorride Fabrizio Gallanti, critico della rivista «Abitare» e professore di progettazione architettonica al Politecnico di Milano. Già, ma qui non è in discussione la figura dellarchistar. Qui il discorso è più concreto: ci sono i musei, gli aeroporti, insomma, le grandi opere pubbliche griffate. Va bene. Ma poi gli architetti di grido mettono la loro firma su una serie interminabile di operazioni immobiliari. «Una firma che porta ricchissime entrate e mette un sigillo autorevole su operazioni altrimenti discutibili», conferma Massimiliano Fuksas, architetto italiano di fama mondiale. Che è stato lui stesso oggetto di critiche per progetti che cambieranno il volto delle nostre città. Uno per tutti, la torre sghemba, alta oltre cento metri che si innalzerà sul centro di Savona: «II danno era già stato fatto, quellarea era edificabile. Io ho cercato di progettare un intervento di qualità», sostiene Fuksas. Ma quanto frutta a un architetto di fama firmare una grande operazione immobiliare? «Anche il dieci per cento», Fuksas non si sottrae alla domanda. Insomma, si può arrivare a molte decine di milioni di euro. Ma Fuksas aggiunge: «A me non sembra scandaloso il dieci, anche il venti per cento per un grande architetto e per un progetto di valore. Se Frank Lloyd Wright avesse preso il trenta non avrei avuto niente da dire. Ma ci sono architetti che si arricchiscono con progetti di bassissima qualità, realizzati senza la minima cura». Già, la qualità. E soprattutto il rapporto con il paesaggio: «Noi difensori del paesaggio non abbiamo certamente lautorità per giudicare le opere in senso assoluto, ma possiamo osservare come tali opere, anche quando si tratti di pregevoli saggi di architettura contemporanea (assai rari per la verità), facciano a pugni con il paesaggio», ha scritto Mario Fazio, giornalista e storico presidente di Italia Nostra. Era il 1959, ma quelle parole sono ancora attuali. Chi risponde a quella domanda che ci arriva da cinquantanni fa? Qualcuno, come lassessore alla Cultura del Comune di Savona, Ferdinando Molteni, ha liquidato gli oppositori alle nuove costruzioni definendoli «paladini della storia immobile». Eppure la questione si sta imponendo. Nellopinione pubblica che - a Milano come a Savona o a Rimini - ha suscitato accese discussioni. Ed ecco allora siti internet, dibattiti, sit-in. Dove non intervengono i partiti e gli enti pubblici che approvano i progetti, si fanno sentire i movimenti spontanei. Ma anche il mondo culturale solleva il problema. Franco La Cecla, antropologo già collaboratore di Renzo Piano, è uno dei più accesi critici delle archistar: «Ci sono firme che da sole giustificano operazioni immobiliari assolutamente non necessarie. Insomma, un grattacielo griffato viene approvato, mentre se fosse opera di uno sconosciuto dovrebbe passare un vaglio molto più severo», attacca La Cecla. Che rincara la dose: «Gli architetti hanno una grande responsabilità pubblica. I loro progetti cambiano la vita delle persone. Eppure ci sono opere che stravolgono le nostre città e che sono sottratte a qualsiasi dibattito pubblico. E purtroppo le star dellarchitettura, mettendo la loro firma in cima al progetto, lo legittimano». Gli architetti contro tutti? No, anzi. Anche tra i progettisti cominciano a diffondersi dubbi. E un discorso complesso, che va oltre le forme architettoniche e tira in ballo grandi temi, come lambiente, appunto, ma anche la responsabilità sociale di chi progettai luoghi in cui si svolge la vita: «Certo, cè un uso strumentale dei grandi nomi», è daccordo anche Stefano Boeri, architetto, urbanista e direttore di «Abitare». Ma cerca di distinguere: è vero, il grande nome può anche essere un cavallo di Troia per superare le opposizioni. La questione, sostiene Boeri, è però più complessa: «Lutilizzo di un architetto noto è un vero e proprio "turbo" per raccogliere i fondi. Attira imprenditori e risorse. Magari per realizzare unopera che merita». E ancora: «Larchitetto conosciuto con la sua firma manda un messaggio politico e culturale, garantisce, di solito, la qualità dellopera». Infine: «Chi si affida alle star dellarchitettura entra in un circuito di città». Un caso da manuale: Bilbao, rinata con il Guggenheim Museum progettato da Frank 0. Gehry. Ma anche gli errori (orrori) non mancano. E lo stesso Boeri aggiunge: «Se sbagli un grattacielo rischi di commettere un danno irreparabile». «Ci sono molte opere di qualità, spesso gli architetti di nome garantiscono realizzazioni curate», tiene a distinguere Monestiroli. Ma se progetti tanto, a volte troppo, sbagliare non è poi così difficile. Soprattutto cè il rischio di proporre - o riproporre - edifici completamente estranei al contesto. Prendiamo il grattacielo che il giapponese Isozaki ha progettato per Milano e che i suoi stessi colleghi dicono uguale a un altro costruito in Giappone. Prendiamo la torre di Fuksas a Savona che con i suoi centoventi metri di altezza incomberebbe sul porto e sulla Torretta, simbolo della città, alta appena venti metri. «Potrebbero essere a Milano come a Dubai», sostengono i critici. Non è soltanto questo il punto: cè da considerare anche la variante del costruttore. Che chiama il grande architetto e, dopo lapprovazione, stravolge il progetto. Fatta la festa gabbato lo santo, direbbero a Napoli. Basta lesempio del progetto per la ricostruzione del sito delle torri gemelle, dove lidea - peraltro discussa - di Libeskind è stata approvata e poi stravolta. Ne sa qualcosa anche Renzo Piano che, a Genova, ha tolto la propria paternità alla cittadella tecnologica degli Erzelli. Già, il progetto cambia spesso in corso dopera. E a rimetterci sono quasi sempre le aree verdi a vantaggio delle superfici residenziali. Piano e pochi - altri hanno fatto un passo indietro. La maggioranza, invece, lascia la propria firma su progetti che vengono stravolti. «La verità - racconta Gallanti - è che i grandi architetti devono mantenere strutture enormi. Vere e proprie industrie. Così alla produzione di qualità si affianca quella che porta il denaro e consente di mantenere in piedi gli studi». E Fuksas, che nei suoi quattro studi sparsi per il mondo dà lavoro a centoventi architetti, ricorda: «Lo studio di Foster vale mezzo miliardo di sterline». Difficile tenere in piedi simili strutture progettando la villa sulla cascata, come fece Frank Lloyd Wright.
La Stampa
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FE
Ferruccio Sansa
La Stampa
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