Di solito, per semplificare un discorso economico generale, si dice: se lItalia non fosse nella Ue, starebbe come lArgentina. Semplificazione per semplificazione: se lItalia non avesse avuto la tradizione del Rinascimento sarebbe tutta come la periferia di Beirut. Per dire che i beni artistici (palazzi, statue, templi, strade, quadri,etc...) di una delle più grandi espressioni culturali dellumanità non sono disgiunti dal paesaggio contemporaneo. In particolare: i paesaggi di Antonello, Piero, Bellini dai paesaggi reali. Che è, tra laltro ciò che volevano ritrovare i visitatori al tempo del Grand Tour e cercano di trovare quelli del tempo dell inclusive tour. Spesso, invece, anche nelle lamentele sul degrado, si disgiungono i due momenti. Sapientemente lart.9 della Costituzione già stabiliva linterconnessione stretta tra beni storico-artistici e beni paesaggistici: «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico-artistico della nazione». La Repubblica, cioè lo Stato repubblicano, innanzitutto. Non gli Enti locali. La storia successiva è, al contrario, storia di progressive deleghe e decentramenti e di ambiguità semantiche: che cosa vuol dire "ambiente", "Beni ambientali", "territorio"? Poi si è tornati a "paesaggio", perché è molto trendy, ma sostanzialmente riducendolo a "territorio", privo di storia. Un freno alla disastrosa politica locale lo ha messo il Codice dei beni culturali e paesaggistici, voluto da Francesco Rutelli e approntato da Salvatore Settis, attuale presidente del Consiglio superiore dei beni culturali, avversato e contrastato ma sempre resistente e combattente nel degno solco di una altissima tradizione: Benedetto Croce (1922: prima legge sulla tutela del paesaggio, non a caso promossa da un filosofo e storico), Giuseppe Galasso con la benedicenda legge che porta il suo nome (1985). E un Codice che tenta di ridare forza alle demoralizzate e indebolite Soprintendenze: abbiamo bisogno di crociati e maratoneti dentro il paesaggio, non di funzionari sedentari e burocratizzati che mettono il visto a ciò che scodella lEnte locale. Nel chiederci però cosè in fondo il paesaggio, solo gli artisti ci possono soccorrere. Non ultimo il poeta Andrea Zanzotto: «Il paesaggio è trovarsi di fronte a una grande offerta, a un immenso donativo, che corrisponde allampiezza dellorizzonte. E come il respiro stesso della psiche, che imploderebbe in se stessa se non avesse questo riscontro». Alle fascinose definizioni fa da contraltare unaritmetica imbarazzante. Dal 1990 al 2005 il suolo libero consumato in Italia è stato in media del 17,06. In Valle DAosta il 9,31; in Liguria il 45,55, primissima nella penisola, seguita a distanza dalla Calabria col 26. Sempre nel 1950 il suolo libero era di 30 milioni di ettari, nel 2005 di 18 milioni. Ne sono stati persi dunque 12 milioni (lintero Nord Italia ne misura llmilioni e 900 mila). E dal calcolo è esclusa ledilizia abusiva: fino al 10 nel Sud. Finora sono stati censiti due milioni di fabbricati, che non risultano al catasto, del tutto abusivi (fonte: "Agenzia del territorio": Il Sole 24 ore del 21,1.2008). Basta leggere "Gomorra" per capire che ledilizia è il più grande business della mafia. Sì, è vero, molti partiti del cemento, legali e no, trasversali, ma non simmetricamente, hanno determinato la storia materiale dellItalia nel dopoguerra, specie nelle fasi di crisi generale: il cemento costa poco, non comporta molta creatività, invenzioni, brevetti, ricerche, rischi. Rende subito. Maledettamente subito. Intanto le Alpi, che occupano intorno ai 190 mila chilometri quadrati, hanno subito 87 mila chilometri di strade di montagna, tremila impianti di risalita, 10.000 chilometri di piste e una speculazione edilizia di edifici orrendi che ha fatto delle stazioni invernali le periferie di metropoli già brutte e invivibili per conto loro. Tutto in nome di una monocultura dello sci di pista, con annessa neve artificiale (in buon parte proibita in Svizzera anche per ragioni energetiche). E ora la megaindustria pistaiola non regge più: intere piccole stazioni sono quasi abbandonate e i monti ridotti a cimiteri di piloni, tralicci e funi portanti. Le coste italiane si sviluppano per 8.000 km, buona parte - soprattutto vicino ai porti, agli insedíamenti, edifici, strade più o meno abusivi su terreni demaniali - soggette a fortissima erosione. Ne sa qualcosa la Liguria con i suoi 55 km di spiagge sminuzzate, morsicate, sfrangiate. E con porti per barche che servono come alibi per la speculazione terrestre. Le città sono in espansione incontrollata, non solo da noi, sintende. E un fenomeno globale. Ma da noi i Comuni incassavano il 60 dallIci e dagli oneri di costruzione. Ora per fare cassa dove pensiamo che si rivolgeranno? Alla "slumizzazione" delle metropoli, come dicono i sociologi, e a piani regolatori fondati su una variantistica perpetua (e addirittura il baratto delle licenze da zona a zona), le amministrazioni fanno riparo spesso con lassunzione delle "archistar", larchitetto famoso che «diventa moda egli stesso e dunque brand, logo, garanzia per poter firmare un pezzettino di città, un grattacielo-suppellettile, un museo, un negozio, o unisola del Dubai come se fosse una T-shirt» (F. La Cecla, "Contro larchitettura", appena uscito per Bollati Boringhieri). Quanto ai colli italiani non cè che scegliere: dai 50 palazzi a sei piani dentro la necropoli punita di colle Tuvixeddu a Cagliari, al foglio 25 del mappale della Pineta di Arenzano (Il Secolo XIX, 21 aprile 2008), allo scempio dei colli toscani, il cuore del Rinascimento, alle esemplari villette di Montichiari (controprova dellimpotenza del governo centrale), alle pale eoliche dietro il castello di Scansano. Poi si scopre, atterriti che, voilà, nel 2008 avremo quasi tre milioni di turisti stranieri in meno rispetto allanno scorso (Ermanno Marocco, Il Secolo XIX, 30 luglio). Cultura, arte, paesaggio, ospitalità, galateo, sono in stretto rapporto, come ci ha insegnato il Rinascimento. Sia al livello degli utenti: la spesa culturale media di una famiglia italiana, a parità di reddito, è la metà di quella di una famiglia inglese (6 contro il 12). Sia sul piano delle politiche positive. O negative: tra il 2009 e il 2011 i Beni culturali perderanno stanziamenti per 900 milioni, più il taglio di 150 ai fondi per la tutela del paesaggio per turare i buchi neri dellIci. A questo punto sempre il poeta Zanzotto conclude in stile non propriamente idillico, non da "galateo", insomma: «Un bel paesaggio, una volta distrutto non torna più e se durante la guerra cerano i campi di sterminio, adesso siamo arrivati allo sterminio dei campi: fatti che, apparentemente distanti tra loro, dipendono tuttavia dalla stessa mentalità». GIORGIO BERTONE è ordinario di Letteratura Italiana allUniversità di Genova.