Da quasi trentanni Carla Di Francesco difende i Beni culturali del Paese. E per capire di che pasta è fatta, sentite che cosa sogna: togliere agli enti locali il potere sul paesaggio In treno, siede dal lato finestrino. Non guarda il "panorama", ma il Paesaggio, con la P maiuscola. Pensa con gli occhi, si indigna e prende nota. Già direttore generale per la qualità e la tutela del paesaggio, larchitettura e larte contemporanee al ministero per i Beni culturali, e oggi direttore regionale per i Beni culturali e paesaggistici dellEmilia Romagna, la cinquantaseienne Carla Di Francesco usa lindignazione per riformare. In una parola, fa. Ostinata, usa toni persuasivi e non molla mai. Ne sanno qualcosa in Lombardia, dove la chiamavano la Sentinella. Del suo mestiere dice che è bellissimo perché quello che ottieni dipende da te, ma suggerisce di applicare, alla lettera, larticolo 9 della Costituzione: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione». Che potere ha, lei, per impedire sfasci al paesaggio ed eco-mostri? «I nemici della qualità sono il bizantinismo della burocrazia, la giungla incrociata di competenze, limmobilismo. A scempio avvenuto, si rischia limpossibilità di intervenire. I progetti nelle aree tutelate un tempo erano presentati alla Soprintendenza e, se il parere era negativo, niente concessione edilizia; dal 1977 il potere è distribuito tra Stato e regioni, in un rimando di competenze che rende difficile lesercizio della tutela». LItalia è a un punto di non ritorno? «Gli enti locali oggi capiscono che quello dei Beni culturali è un settore pagante in termini di identità e di immagine e se ne occupano, ma non bisogna mollare la guardia. Si spera che le nuove norme dei "codice Urbani" (varato nel 2004, ndr) possano costituire uno strumento per difendere dallurbanizzazione e dal consumo scriteriato del territorio anche le piccole città». Qualche esempio? «Il paesaggio agrario limitrofo alle grandi città va difeso. Non è snobismo, il mio, ma è evidente che il paesaggio risente dei cambiamenti sociali. Penso alle città indicate come patrimonio dellumanità; alla Valtellina, deturpata dalledificazione di fondo valle, alla montagna a ridosso di Palermo, costellata di edifici abusivi. Venendo in auto da Ferrara verso Mantova mi è capitato di provare un senso di straniamento: in pochi anni la campagna è sparita». Dove nasce questo piglio calvinista? «La passione si è istillata al liceo classico. Ultima di cinque sorelle, che mi hanno "tutelata", con una mamma straordinaria, amavo le materie letterarie ed è stato naturale scegliere architettura alla Sapienza di Roma, dove subito dopo il Sessantotto, per una matricola imbranata come me, limpatto è stato fortissimo. Quando arrivai in facoltà, dalle scale volavano i banchi: un vero incontro "fisico" con la contestazione! Mi sono laureata con una tesi in tecnologia dellarchitettura e specializzata in restauro». E dopo luniversità? «Il resto lo ha fatto Roma. Capii che bisognava impegnarsi più sul restauro dellantico che non sulla progettazione del nuovo, erano gli anni della speculazione edilizia, il settore urbanistico era un fronte di lavoro certo, quello nella conservazione era residuale. La svolta è stata nel 1967 con la commissione Franceschini, che introdusse la definizione di "Beni culturali", ma che per essere assimilata ha richiesto tempo. Entrata per concorso nel 1980 al ministero, non ne sono più uscita». Dia un voto allItalia sui Beni culturali. «Per quantità e qualità dei beni 10, per come li trattiamo 4. Siamo poco capaci di strategie sul patrimonio. Si investe più per leffimeroche fa immagine che per la conservazione. Chi governa si occupa di industria, produzione ed eventi. Fare cultura significa formare, convincere, muovere; più che un investimento è considerata una spesa». Se avesse la bacchetta magica? «Sorveglierei il territorio palmo a palmo. Toglierei il potere agli enti locali sul paesaggio e darei alle soprintendenze il triplo del personale. Eliminerei antenne e ponti radio dallo skyline della collina di Bologna, per esempio. Sono cresciuti come i funghi: una volta svettava solo il Santuario della Madonna di San Luca che si eleva sul Colle della Guardia, a trecento metri dal centro». Tre skyline indimenticabili? «La Cappadocia, che si modifica con lerosione naturale e grazie a chi la abita, Manhattan vista da Brooklyn e il deserto dellaltopiano iraniano». Che cosa si può fare senza bacchetta magica? «Le soprintendenze dovranno collaborare con le regioni per la stesura dei piani paesaggistici e per riqualificare quelli degradati, senza tenersi gli obbrobri quando non servono più. Chi dismette una fabbrica non dovrebbe abbandonarla, ma essere obbligato a spendere per la riqualificazione». Come accade in altri paesi europei? «Ci sono esempi virtuosi anche da noi. A Ferrara lo zuccherificio è oggi la facoltà di ingegneria, a Parma un auditorium. Ci sono città che sanno ripensarsi, altre meno. Genova lo ha fatto, Milano vuole crescere in altezza, più che a restaurare punta a sostituire. LExpo può essere unoccasione per ripensare spazi pubblici come piazza Duomo, corso Magenta, via Dante, larea intorno al Castello: ci vuole pulizia, cura disé, altrimenti è come se uno si lavasse poco e poi vestisse Armani». Sette anni in Lombardia: battaglie vinte? «Lacquisizione di Palazzo Litta a Milano. Poi Mantova dove, con il sindaco Fiorenza Brioni, ho bloccato una lottizzazione edilizia da 385mila metri cubi di fronte al castello di San Giorgio». Battaglie perse? «Nel 2000, appena arrivata, ho dovuto affrontare il problema delle sponde dei Navigli milanesi; sono partita sette anni dopo e la situazione è immutata. Per non parlare dei parcheggi...». Suffragetta del Paesaggio: si trovi un difetto. «Il doverismo. Mi fa sentire in pace con me stessa, ma è una spada di Damocle. Mi autoassolvo pensando al mio arrivo nel 1980; eravamo tre architetti, due donne, una sposata e laltra single, e un collega maschio: ci chiamavano la signora, la signorina e larchitetto». Sposata giovanissima, divorziata, oggi felice con Giuliano. Lo ha messo sotto tutela? «Ci siamo "osservati" per due anni, viviamo insieme dal 1985 a Ferrara, ma il nostro rifugio è in Val di Rabbi, una tra le più belle valli del Trentino. Ho un fienile ai margini del bosco, coltivo rose che non hanno bisogno di essere tutelate: a potarle pensano i cervi, che pascolano indisturbati e inoffensivi».