Fin dal 1939 il nostro Paese ha una legislazione severa. Ma i divieti non hanno impedito 50 anni dì scempi ambientali. Ma molte accuse sono frutto di polemiche di parte La minore delle leggi possibili o l'ultimo sfregio al volto del nostro Paese. Tertium, a quanto pare, non datur. Nelle polemiche innescate dal Codice dei Beni culturali, approvato venerdì dal Consiglio dei ministri, è difficile distinguere gli allarmi lanciati sulla base di un esame ragionato della nuova legge dagli attacchi strumentali e di parte. Una cosa è certa: sulle regole che tutelano il nostro patrimonio artistico e quanto rimane di un paesaggio oggi largamente distrutto, si gioca non la credibilità di questo o quel ministro, di questa o quella associazione ambientalista, ma il futuro del Paese in termini di civiltà. «Suso in Italia bella». L'espressione dantesca piaceva molto a Gabriele D'Annunzio che si compiaceva di usarla riferendosi al suo eremo di Gardone, posto «suso», in alto, al nord, e in «Italia bella», nella bellezza cioè di un paesaggio reso unico dal mirabile equilibrio fra rigoglio di natura, splendore di opere architettoniche illustri, grazia e decoro delle architetture minori. D'Annunzio morì nel 1938, un anno dopo il ministro dell'Educazione nazionale Giuseppe Bottai promulgava la legge omnima. Fin dall'Unità, l'ancor giovane stato italiano aveva già precocemente dimostrato una vorace tendenza alla gestione selvaggia del territorio patrio. Dopo la distruzione delle grandi ville di Roma per far sorgere i quartieri «umbertini», si era progettato, per esempio, di aprire varchi nelle mura di Lucca e di abbattere la pineta di Ravenna. Mentre il legislatore cercava di correre ai ripari, si andava profilando il secolare scontro tra speculazione e salvaguardia, che purtroppo ha visto troppo spesso la seconda soccombere alla prima. D'Annunzio e Bottai oggi inorridirebbero. Sull'Italia Bella» sono passati le bombe degli Alleati e i terremoti di Domineddio ma soprattutto le orde dei lanzi dell'edificazione selvaggia. «Negli ultimi 50 anni - ha dichiarato il direttore del polo museale fiorentino Antonio Paolucci - in Italia si è edificato per una quantità pari a nove volte il costruito dei due millenni precedenti». E nel suo recente libro Un paese sfigurato, Vittorio Sgarbi ha sottolineato il dolente uso che oggi si fa dell'aggettivo "ancora": un paesaggio, un borgo, un bosco "ancora" intatti, sottintendendo lo scempio che incombe. Il nuovo Codice dei Beni culturali ha l'ambizione di superare i limiti e i difetti della precedente legislazione, assorbendo le due leggi Bottai del '39, la legge Galasso dell'85 e il Testo unico del '99. Il ministro Giuliano Urbani lo ha definito «uno strumento unico e certo per difendere e promuovere il tesoro degli italiani». Ma le reazioni negative sono state vivacissime anche -se "fantasiose" per il ministro che ha dichiarato «con il Codice dei Beni culturali, per la prima volta è stata tentata una risistemazione aggiornata e non soltanto compilativa, come invece è avvenuto per il testo unico del 1999, del corpus normativo sui beni culturali». Martedì scorso le associazioni ambientalistiche si sono riunite al Senato e nel corso di un'accesa conferenza stampa hanno gridato al sacco d'Italia All'incontro hanno partecipato Italia nostra, Legambiente, Wwf, Comitato per la Bellezza, Associazione Bianchi Bandinelli, i Verdi. Mancava il Fondo per l'Ambiente italiano: «Non abbiamo ancora potuto esaminare a fondo la legge - ha detto il direttore generale del Fai Marco Magnifico - preferiamo ragionare sui fatti e non farci travolgere dall'agitazione», Due comunque sono i punti dolenti sui quali arde la polemica: la vendita dei beni pubblici e la tutela del paesaggio. Cerchiamo di esaminarli. BENI PUBBLICI L'accusa sostiene che il codice rende criminosamente alienabili tutti i beni culturali salvo eccezioni nelle quali l'inalienabilità deve essere dimostrata dalle sovrintendenze nel breve tempo di 120 giorni, dopo i quali scatta il famigerato "silenzio-assenso". Già in precedenza i tecnici del ministero dei Beni culturali, interpellati dal Giornale, avevano specificato che il passaggio di proprietà non rende "liberi" i beni vincolati dalle sovrintendenze, ma che i vincoli rimangono a tutti gli effetti. Rimane però la questione "etica" della privatizzazione di monumenti di altissimo valore artistico che appartengono al patrimonio comune di una nazione. Salvatore Settis, direttore della Scuola Normale di Pisa, è stato uno dei più strenui avversari della privatizzazione alla quale ha dedicato anche il polemico libro Italia S.p. a. In qualità di consulente del ministero, ha partecipato in parte alla stesura del Codice «ma non intendo pronunciarmi - dice - finché non conosco bene il testo definitivo». Ritiene "avventate" molte dichiarazioni ma resta del parere che tra la legge finanziaria che prevede la vendita dei beni pubblici e il Codice esistano discrepanze pericolose. Questa invece la risposta di Urbani: «L'alienabilità dei beni pubblici, tra cui alcuni beni culturali, era già stata ammessa dalla legge finanziaria del 1999, il successivo decreto attuativo del 2000 ne aveva definito limiti e condizioni». Il Codice, secondo il ministro, intende mettere ordine nella confusione normativa individuando i beni culturali sottratti in modo assoluto alla circolazione: beni archeologici, monumenti nazionali, musei, pinacoteche, biblioteche, archivi. Invia provvisoria e cautelare tutte le cose mobili e immobili che hanno più di 50 anni. Per i beni che si possono vendere, l'autorizzazione può essere rilasciata solo se dalla vendita non derivi danno alla conservazione. Inoltre devono essere indicate le destinazioni d'uso compatibili con il carattere storico-artistico degli edifici TUTELA DEL PAESAGGIO. L'accusa: la nuova legge azzera i vincoli «ope legis» previsti dalla legge Galasso, vanifica il molo delle sovrintendenze e trasferisce le competenze alle regioni e agli enti locali che, nell'elaborare i piani paesaggistici, possono ignorare il parere (ora soltanto consultivo) delle sovrintendenze. «Gli accusatori non hanno letto il testo della legge -risponde Roberto Cecchi, direttore generale del ministero per il patrimonio artistico e il paesaggio -, I vincoli non scompaiono ma rientrano nell'ambito della pianificazione. Nel senso che i piani paesaggistici vengono stilati con l'accordo delle sovrintendenze. Se l'accordo non viene raggiunto, resta valido il veto finale. Ma sa quante autorizzazioni sono state fino ad ora annullate dalle sovrintendenze? Il 2-3 l'anno. Una percentuale risibile». E che fine faranno le aree finora vincolate per legge? «Rimangono tali e quali, leggete il Codice». Precisa invece il ministro: «È sfuggito ai critici disattenti che nel codice viene esclusa la cosiddetta "autorizzazione in sanatoria", cioè rilasciata dopo l'esecuzione anche parziale di lavori non autorizzati, che indeboliva sensibilmente la tutela del paesaggio». Al di là delle buone intenzioni, rimangono le contraddizioni di una legislazione che da un lato pretende di tutelare l'ambiente, dall'altro con il ricorso allo strumento del condono e con la minacciata depenalizzazione dei reati a danno del paesaggio, vanificai! Codice. Sostiene l'architetto Maria Giuseppina Gimma, direttore della rivista del ministero Beni Culturali: «In realtà l'Italia, rispetto agli altri Paesi d'Europa, ha sempre avuto norme severissime. Ma le regole, senza controlli, sono inutili. È sui controlli che bisogna agire». Aggiunge Marco Magnifico del Fai: «non oso pensare di tutelare l'ambiente solo ricorrendo ai divieti. Quando poi, vedi condono, il primo negligente è lo Stato. Serve la coscienza civile. Bisogna insegnare agli italiani che arte e paesaggio sono loro proprietà e ricchezza. Da difendere come la propria casa». Fai, un decalogo per salvare l'ambiente Si apre domani a Roma a Santo Spirito in Sassia, Borgo Santo Spirito 1 3 il convegno del Fai «Conservazione e partecipazione» alla presenza del presidente Ciampi. Il convegno è aperto a tutti (ingresso 5 euro, informazioni e prenotazioni: 06.6896752 -06.3281221). Intervengono Umberto Vattani, Salvatore Settis, Domenico De Masi, Marco Magnifico, Domenico Fisichella, Pio Baldi, Giampaolo Barbetta, Cariò Chenìs. Il Fai presenterà a Ciampi dieci proposte per l'ambiente.
il Giornale
22 Gennaio 2004
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DO
Domizia Carafòli
il Giornale
Artista / Persona
Bene culturale
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