Dedicato a chi vorrebbe esportare, nei Beni culturali, il modello americano in Italia; ovvero, come si può fallire, o quasi, pur possedendo 180 Renoir, 69 Cézanne, 60 Matisse, 44 Picasso, 14 Modigliani, e altre tremila tele del genere: ecco la storia (recente) della Barnes Foundation di Merion, sobborgo di Philadelphia, che non ha un dollaro in cassa, e ha chiuso l'ultimo bilancio grazie ad un dono miliardario della Getty Foundation, e altre simili elargizioni. I fondi che l'eccentrico Alberto Coomb Barnes ha lasciato morendo, nel '51, sono esauriti (il penultimo presidente, Richard Glanton, ha speso miliardi di lire in un sacco di querelles giudiziarie); la collezione, con, per esempio, il trittico della Danse di Matisse, è visitata ogni settimana da 1.200 persone al massimo (i vicini non ne permettono altre: «Che confusione, signora mia»), al prezzo di cinque dollari cadauna (stabilito dai giudici): prodromo certo d'imminente bancarotta. I fondi raccolti grazie alla mostra più monstre dell'ultimo mezzo secolo (nel '93, sette tappe: Washington, Parigi, Berlino, Tokyo, Toronto, Fort Worth, Philadelphia; e quella di Roma, saltata in extremis; 76 capolavori mai visti altrove, mai fotografati a colori), spesi per il restauro dell'immobile antico di 80 anni, 24 sale zeppe di capolavori dal 1840 al 1948 (uno degli ultimi acquisti, La Novizia di Afro Basaldella), sono ormai finiti; ed entro il mese, un tribunale deciderà che cosa bisogna fare. Il tribunale è la Montgomery County Orphans' Court, perché c'è di mezzo un testamento, che vieta di muovere i quadri e perfino mutarne la disposizione, prestarli e fotografarli a colori (per cui, niente cataloghi, e poche cartoline: le 76 del tour mondiale). L'ipotesi più accreditata è di spostare il tutto a Philadelphia, vicino all'Art museum (regno, tra l'altro, di Duchamp e della mitica collezione Johnson) e ai musei Calder e Rodin: un ex centro di detenzione minorile è già pronto, in cui ricostruire quelle prestigiose sale; la città offre 120 milioni di euro nel caso in cui. Pazienza se, in vita, Barnes odiava Philadelphia, dove andava solo ogni lunedì sera, per ascoltare l'orchestra del suo amico Leopold Stokowski; pazienza se il murale di Matisse non lo si può trasportare, e sembra che se ne farà una copia. Chi s'oppone al progetto, chiede ai giudici che permettano di vendere un ampio terreno lontano, proprietà incedibile della Foundation ; o mettere all'asta parte dei 5.200 oggetti e dipinti "minori", conservati in depositi; oppure, ancora, realizzare dei cataloghi; aumentare il prezzo dei biglietti, o il numero dei visitatori. Ma chissà se questo potrebbe bastare. Certo, sarebbe una bella nemesi, per chi vietava di fotografare a colori i propri dipinti temendone una sorta di falsificazione cromatica, avere la Danse di Matisse, falsa e copiata, come gioiello della collezione, valutata sei miliardi di dollari: per questo, qualcuno, ventilava perfino di smontare l'intero edificio, 900 tonnellate di marmo trasportato dalla Francia, rilievi di Jacques Lipchitz; ma l'operazione sembra impossibile, pur se sarebbe forse l'unica via per salvare il genius loci . Così, la collezione privata d'arte moderna più importante al mondo (dove ancor oggi si entra tre giorni la settimana e prenotando con mesi d'anticipo, mai con tacchi larghi meno di cinque centimetri, cappotti o giacconi) rischia di essere smantellata e trasferita, o di chiudere i battenti, già di per sé assai poco spalancati al mondo (Le Corbusier ottenne in risposta un volgare merde sulla lettera con cui lo chiedeva, il celebre studioso Erwin Panofsky ci riuscì solo fingendosi lo chauffeur di un ospite).Lo devono decidere i giudici e un'università, la Lincoln cui spetta di nominare i trustees, priva di ogni tradizione nel campo dell'arte. In entrambi i casi, rischia d'essere un terribile futuro. Ecco come, talora, vanno le cose in quegli Stati Uniti che qualcuno vorrebbe copiare, per quanto riguarda i beni culturali, anche a casa nostra. Il miliardario pazzo di Renoir Liberto Coomb Barnes (1872-1951) nasce da famiglia povera; si laurea in chimica giocando da professionista a baseball ; si paga un viaggio in Germania lavorando e cantando su una nave, e vi torna con un chimico tedesco, neolaureato. Questi inventa un medicamento per neonati, l'Argirol, che diventa obbligatorio in molti Stati. Nel 1904, filiali a Londra e Sydney. Barnes estromette il socio. Lui, già dipingeva; nel 1912, manda il suo compagno di scuola William Glackens, ottimo artista, a Parigi, con 20 mila dollari, perché gli acquisti dei quadri. Torna con i primi Renoir e Van Gogh: il Ritratto del postino Roulin . Barnes distrugge le 190 tele che aveva dipinto. Da quella volta, ogni anno, trascorre mesi a Parigi, solo per comperare quadri. E' amico dei maggiori mercanti, il primo ad acquistare Chaim Soutine e Modigliani (ne ha 16, e una delle 24 sculture esistenti). Finanzia a De Chirico (1926) il primo viaggio negli Usa. Vuole fare della sua galleria un centro educativo. Lo appoggia John Dewey; v'insegna anche Bertrand Russel. Ma Barnes litiga con tutti: già De Chirico lo definiva «il capitano Nemo dell'arte». Vende l'azienda mesi prima della "grande depressione". S'occupa solo d'arte, ma sequestra i suoi capolavori dal circuito delle mostre e della conoscenza. Muore non rispettando uno stop stradale. Anni dopo, e dopo vari processi, la Franklin, un'università "nera", ottiene il controllo della Fondazione.