Nonostante i meritori tentativi del ministro Bondi, la manovra finanziaria destate si chiude con tagli assai pesanti ai Beni culturali. Un miliardo di euro in meno nel prossimo triennio peserà sullAmministrazione come un macigno, riducendone drasticamente la funzionalità: e ciò allindomani di una riforma del Codice che le assegnava nuovi e più impegnativi compiti nella difesa del paesaggio. Cresce a ogni giorno che passa letà media dei funzionari (oltre i 55 anni), e senza soldi di turnover non se ne parla. Il già ridicolo finanziamento della Cultura (0,28 del Pil, ai livelli più bassi dEuropa) è stato ulteriormente falcidiato. Eppure, chi trova questa situazione preoccupante viene accusato di "statalismo". Interessante rimbrotto, che si può interpretare in due soli modi: o nel senso che proteggere beni culturali e paesaggio è di per sé deplorevole, e dunque sarebbe meglio distruggere e svendere ogni cosa a man salva; o nel senso che la necessaria tutela del nostro patrimonio culturale e paesaggistico può farsi lo stesso, anche se i finanziamenti dello Stato si riducono in modo così massiccio. Nessuno è tanto cinico (o barbaro) da sostenere la prima di queste due tesi. Molti invece i sostenitori della seconda, che tuttavia puntano su quattro diverse strategie. Vediamole. Secondo alcuni, come lonorevole Aprea, il Ministero avrebbe «accumulato qualcosa come 4.000 miliardi di vecchie lire di residui passivi», e perciò basta pescare in questo salvadanaio e «rimodulare i meccanismi di spesa», e il gioco è fatto: i tagli della manovra destate sarebbero solo un invito alla virtù. Peccato che le cose non stiano così: questa cifra è aggregata su più anni, per giunta considerando "residui passivi" le somme già spese ma non liquidate, dunque dà unidea distorta della realtà (sarebbe giusto che fosse lo stesso Ministero a chiarirlo). Seconda teoria: se lo Stato si dilegua, arriveranno i privati a gestire musei e parchi archeologici. Ma quali privati? La favoletta secondo cui in America i musei vanno a gonfie vele perché privati ha già fatto il suo tempo, ma giova ripetere perché: nessun museo dAmerica ha il bilancio in attivo (il Getty, che è il più ricco, copre con gli introiti meno del 10 delle spese), ma tutti possono contare su beni patrimoniali investiti (endowment). Sono donazioni di uno o più mecenati, il cui frutto è obbligatoriamente investito in attività culturali, a fondo perduto: nulla di comparabile con lassetto dei musei italiani, che di endowment non ne hanno proprio. Ma perché tanti generosi donatori in America, in Italia quasi nessuno? Facile: in quel grande Paese vige un sistema fiscale efficiente, che prevede fra laltro la detassazione totale delle quote di reddito che vengano donate a musei, teatri, università, istituti di ricerca. In tal modo, gli Usa e i singoli Stati federati rinunciano a introiti significativi, e i cittadini-donatori stabiliscono un legame di fidelizzazione con le istituzioni che sostengono. Donazioni private sì, ma rese possibili dalla lungimiranza dello Stato. Perché invece di parlare di un inesistente modello americano di gestione redditizia dei musei non si adotta il concreto modello americano di un sistema fiscale efficiente? Forse perché il fisco italiano (che il governo sia di destra o di sinistra) non rinuncia a un centesimo di tasse, né può farlo, dato lo stratosferico livello dellevasione fiscale nellinfelice Penisola. Ladozione del "modello americano" comporterebbe in primis la lotta allevasione fiscale, perciò non se ne parla. Meglio qualche chiacchiera a vuoto sul "museo come azienda", che non tocca gli interessi di nessuno (salvo che dei musei). Terza strategia per sostituire lo Stato in ritirata: le Fondazioni museali a partecipazione mista, pubblico-privata. Buona idea, se funziona. Ma funziona? A dieci anni dalla legge in merito (Veltroni-Melandri, con regolamento Urbani), cè una sola fondazione nata intorno a un museo statale (lEgizio di Torino), unaltra (Aquileia) sta nascendo. Il freno principale è precisamente la difficoltà di trovare capitali di provenienza non pubblica: se a Torino si è potuto contare su due grandi fondazioni bancarie, in quasi tutte le città italiane non è così. Il meccanismo è forse efficace, ma di lentissimo rodaggio. UnItalia che si converte in massa alle Fondazioni per colmare i tagli che devasteranno il Ministero non è plausibile, si accettano scommesse. Quarta ipotesi, la devoluzione dei beni culturali alle Regioni, che linfelice riforma del Titolo V della Costituzione tortuosamente sembra consentire. Proposte in tal senso sono state avanzate dalla Toscana nel 2003, da Lombardia e Veneto nel 2007, dal Piemonte un mese fa: cioè sempre da regioni governate da una coalizione politica diversa da quella del governo nazionale del momento. Verrebbe così a crearsi per i beni culturali una situazione simile a quella della sanità, dove dal 2001 (secondo "Cittadinanza Attiva") «una distorsione del concetto di federalismo declina il diritto costituzionale alla salute in 21 modalità diverse». Con due aggravanti: primo, mentre i malati possono spostarsi quando possono da una regione allaltra (nel 2007 lo ha fatto il 51 dei cittadini, e il dato è in salita), monumenti e paesaggi sono inchiodati in situ. Secondo, le regioni più povere avrebbero ben poco da destinare alla tutela: in regime di "federalismo fiscale", solo sette regioni sarebbero autosufficienti, nessuna al Sud; e al Sud va solo il 5 delle contribuzioni liberali delle Fondazioni bancarie. Ma la devoluzione dei Beni culturali comporterebbe un risparmio di spesa a parità di servizi? Cè da dubitarne: la sanità "federale" non solo è distribuita in modo diseguale, costa anche di più: «nel 98 costava 55 miliardi, oggi ne brucia il doppio» (G. Trovati, Il Sole, 4 agosto). Che cosa accadrebbe ai beni culturali? E al paesaggio? La risposta è chiara: o il moltiplicarsi della spesa, o un drammatico affievolirsi della tutela. Insomma: se lo Stato dovesse dileguarsi, il rimedio per i Beni culturali è ancora da trovare. Sandro Bondi ha scritto (Il Giornale, 3 agosto) che la tutela «è un formidabile generatore di senso comunitario, di creatività, di crescita civile e produttiva», e che perciò «non devessere compresso il finanziamento alla cultura, allistruzione e alla ricerca». «Un Paese come lItalia che non scommette sulla cultura e listruzione è un Paese che non ha futuro». Non si può che essere daccordo con lui. Ma basterà «incoraggiare lintervento dei privati e delle autonomie locali» per tappare lenorme buco di bilancio creato dalla manovra destate? Intanto, i nostri vicini di casa ci giudicano. La Süddeutsche Zeitung del 5 agosto commenta questi tagli col titolo «La minacciata liquidazione della tutela dei beni culturali assesta il colpo di grazia alla cultura italiana e devasta i tesori più preziosi dEuropa». La situazione, scrive Volker Breidecker, «non è drammatica, è catastrofica», e lEuropa non può disinteressarsene, dato che lItalia è «culla della classicità, luogo dorigine del Rinascimento e della civiltà comunale, civiltà a cui si devono quasi tutte le idee-guida della politica e della vita pubblica, e per questa ragione sede di un patrimonio archeologico, architettonico, paesaggistico e artistico senza paragoni sulla Terra». Che cosa accadrebbe, si chiede Breidecker, in caso di devoluzione? La privatizzazione, come quella dei templi di Agrigento, progettata dalla Sicilia? O la vendita del patrimonio culturale pubblico, come a Verona va facendo il Comune? Consigliamo la lettura di questo articolo al presidente Berlusconi e al ministro Tremonti. Vi troveranno un giudizio durissimo, ma che tradisce a ogni parola un amore senza riserve per lItalia, per la sua tradizione e per il suo futuro. Anche questo amore, condiviso da tanti in Europa e fuori (anche in Italia? anche in Parlamento?), è un asset su cui contare. I tagli alla Cultura non solo mettono a repentaglio il futuro del nostro patrimonio, ma costituiscono un immediato, grave danno dimmagine per il Paese. Chi saprà correggerlo? E come?
la Repubblica
8 Agosto 2008
Il Bel Paese senza soldi - La manovra destate chiude con i maxitagli riservati ai Beni culturali
SA
Salvatore Settis
la Repubblica
Artista / Persona
Bene culturale
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