È discussione al calor bianco sul riordino delle norme su Beni culturali e tutela del paesaggio. La disputa verte sul Codice dei Beni culturali, approvato venerdì scor-so dal Consiglio dei ministri. Il ministro Urbani spiega che era ora di fare piazza pulita dell' intrico normativo che gravava sul settore. Ora, afferma, non ci sarà più bisogno di ricorrere a un professore di diritto amministrativo per capire a chi appartiene un bene e che cosa è lecito fare. II punto incandescente riguarda l'alienabilità dei beni culturali, introdotta - sottolinea Urbani - dalla finanziaria del 1999. Il Codice chiarisce che non possono essere venduti beni archeologici, monumenti, musei, pinacoteche, biblioteche, archivi. «In via provvisoria e cautelare» si possono considerare inalienabili tutti i beni mobili e immobili che hanno più di 5O anni. Il viceministro Bono aggiunge che ci sono 120 giorni dì tempo per stabilire se un immobile può essere allenato. E, se sì, le Soprintendenze fissano limiti precisi sulla destinazione e sull'uso del bene. II fronte opposto («Italia nostra», Legambiente, il Wwf), obietta che le Soprintendenze non hanno gli organici necessari per un esame così approfondito e che perciò quasi tutti i casi si concluderanno con il silenzio-assenso dell'amministrazione e con la vendita del bene. Le organizzazioni ambientaliste premono perché il Codice venga riformato. Marco Magnifico chiede che il «Senato blocchi la legge che depenalizza gli abusi anche in assenza dì concessione edilizia.