"Bombole e bidoni arrugginiti, medicine scadute e chilometri di vecchie corde: lassù in cima trovammo di tutto" Nel 90 Gianfranco Bracci fece parte di una missione che ripulì la montagna dai rifiuti delle spedizioni precedenti. "A quelle quote non si può improvvisare" «Molti credono che due o tre capatine oltre i 3000 metri facciano di loro campioni dellaltitudine, però non salgono senza corde fisse e portatori sherpa. Provano la grande impresa pensando che lascensione alla seconda vetta più alta della Terra sia alla loro portata. Magari sono anche bravi scalatori, ma le pareti del Karakorum, come dice Messner, sono solo per alpinisti dalla classe sopraffina». Bracci di scalate in bacheca ne ha collezionate parecchie, ma ha sempre compiuto le sue escursioni per amore dellambiente, affascinato dallo spettacolo sublime della natura: non si è mai lasciato ingabbiare dallambizione. Le guglie della catena dellHimalaya le ha viste quasi tutte (Cho Oyu, Everest, Annapurna, Broad Peak, Nanga Parbat) ma dalle spianate dei campi base. Come nel luglio del 1990 sul K2, partecipando alla spedizione di Mountain wilderness, lassociazione fondata dal campione Fausto De Stefani che partì per ripulire la mitica cima conquistata nel 1954 da Compagnoni e Lacedelli dai rifiuti di centinaia di cordate succedutesi nei decenni precedenti. Quindi il tetto del mondo è per pochi eletti? «Assolutamente sì. Non certo per dilettanti. Ma oggi le agenzie organizzano cordate di turisti dalta quota che invece dovrebbero accontentarsi di raggiungere il campo base a 5400 e godersi quello che è uno degli spettacoli naturalistici più belli e imponenti del mondo. Quella, di per sé, è già una meta per pochi privilegiati. Altrimenti, soprattutto quando le condizioni climatiche diventano difficili, lassù ci muori, come è successo venerdì». E lalpinismo di massa sul K2 cera anche prima del 1990, lanno della spedizione con cui ripuliste la montagna? «Non lo so, ma quelloperazione, la Free K2, mi fece crollare il mito dei grandi alpinisti che avevano sferrato lattacco alla cima più impervia del mondo. La montagna leggendaria era stata trasformata in una discarica di immondizia ad alta quota. La spedizione contava gruppi di 20 persone provenienti da almeno sei paesi del pianeta. Io ero a capo del gruppo dei toscani con Alfonso Bietolini. Avevamo il compito di rimanere al campo base e raccogliere in un dirupo tutto quello che De Stefani e altri grandi scalatori facevano scivolare dallo sperone Abruzzi, proprio poco più giù del traverso che precede il collo di bottiglia, dove è avvenuta la tragedia». Cosa avete raccolto? «Trovammo anche una fossa comune in un crepaccio. Ma soprattutto tonnellate di spazzatura, un museo macabro dellarcheologia del rifiuto alpinistico: confezioni di medicine scadute e tossiche, vecchie tende, bombole e bidoni arrugginiti, lattine, chiodi depoca e chilometri di corde fisse lasciate a marcire e a solcare le pareti. Era uno sfregio ambientale in un luogo che doveva essere incontaminato». Quindi le corde fisse si sono sempre usate? «Servivano per le discese rapide, soprattutto in mezza alla nebbia o nelle bufere di neve. Ma dovrebbero essere rimosse una volta tornati a terra. In realtà capita spesso che una spedizione le lasci per rivenderle a quella che verrà dopo. Così rimangono lì per mesi, si deteriorano col rischio che si spezzino da un momento allaltro. Eppure ora sono lunico appiglio per quelli che azzardano la salita alla vetta sebbene non abbiano i requisiti per farlo». A lei non è mai venuta la voglia di provarci? «La prudenza ha sempre prevalso sul fascino dellimpresa epica. Ma soprattutto io sono un escursionista che progetta itinerari di trekking, amo lambiente e la sua bellezza, e vi assicuro che anche dalla spianata della Concordia del Karakorum, dove confluiscono le gigantesche lingue di ghiaccio della raggiera intorno al K2, cè uno spettacolo mozzafiato. Fosco Maraini chiamava quellimmensa piazza gli "Uffizi della Natura". Lì può arrivare chiunque? «Beh, proprio chiunque no. Bisogna essere molto allenati e in buona salute. Infondo cè da risalire per otto giorni il ghiacciaio del Baltoro, mica uno scherzo».