La nuvola nera che ha attraversato in questo inìzio anno il cielo del paesaggio italiano sembra deviata. La famigerata modifica all'articolo 32 della legge sull'ambiente modifica che, se approvata, avrebbe permesso la depenalizzazione dei reati ambientali anche nelle aree vincolate non ci sarà. Merito della mobilitazione massiccia di associazioni culturali come il Fai e di intellettuali di ogni parte politica. La tutela del paesaggio italiano è oggi a uno snodo cruciale, fra molte ombre e qualche luce. Venerdì scorso è passato in Consiglio dei ministri il nuovo codice voluto da Giuliano Urbani. Vi si parla di «cose mobili e immobili di interesse artistico, storico, archeologico, etnologico, archivistico e bibliografico» ma anche e con uguale rilievo di «beni paesaggistici» e dì insiemi che sono «espressione dei valori storici, culturali e naturali del territorio». Beni culturali sono i quadri di Brera e i vetri romani del Museo di Adria, i codici dell'Ambrosiana e le pergamene di Montecassino ma anche i cipressi della Val d'Orcia e gli uliveti di Puglia, anche le valli di Comacchio e le coste della Calabria., Sembra ovvio affermare e normare un principio di tanta evidenza. Purtroppo arriviamo con enorme ritardo. Negli ultimi cìnquant'anni in Italia si è edificato per una quantità pari a nove volte il costruito dei due millenni precedenti. Il paesaggio italiano è stato in parte devastato, in parte snaturato o offuscato. L'equilibrio fra arte e natura che faceva il nostro paese unico e invidiato nel mondo non esiste più o, quando esiste, sopravvìve per segmenti disarticolati. Se la «Campania felix» descritta nei dorati dipinti di Hackert oggi assomiglia, per larga parte, a qualche periferia brasiliana, se le venerabili montagne d'Abruzzo sono state spaccate dalle autostrade e avvilite dai residence in multiproprietà, se per ricordare il paesaggio fra Padova e Treviso dobbiamo ricorrere ai dipinti di Cima da Conegliano e del Giambellino; se tutto questo è accaduto quasi ovunque nel nostro Paese, ciò vuol dire che gli italiani hanno voluto dissipare negli ultimi cinquant'anni il loro bene culturale in assoluto più importante. Purtroppo il nuovo Codice ha dovuto fare concessioni non piccole alle Regioni e le Regioni vogliono dire Comuni affamati di territorio e piani paesistici quasi sempre invasivi. È l'effetto probabilmente inevitabile di quella riforma dell'articolo V della Costituzione che (ereditata dall'ultimo Governo di centrosinistra) ha creato con l'endiade tutela valorizzazione (la prima allo Stato, la seconda alle Regioni), un ossimoro pericoloso e di sicuro ingovernabile.
Attenti, vogliono rubarci il paesaggio
La modifica all'articolo 32 della legge sull'ambiente, che avrebbe permesso la depenalizzazione dei reati ambientali nelle aree vincolate, non è stata approvata. La mobilitazione di associazioni culturali e intellettuali ha contribuito a fermarla. Il nuovo codice voluto da Giuliano Urbani, che è stato approvato dal Consiglio dei ministri, parla di beni culturali e paesaggistici, ma purtroppo arriva con enorme ritardo. Negli ultimi cinquant'anni, l'Italia ha edificato per nove volte il costruito dei due millenni precedenti, devastando e snaturando il paesaggio italiano. L'equilibrio fra arte e natura non esiste più, e gli italiani hanno voluto dissipare il loro bene culturale più importante.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo