Debbo una risposta ad Antonio Paolucci, che sono convinto mi conserverà amicizia e, spero, stima, anche se la mia opinione sulla questione della restituzione a Santa Maria Novella della Madonna Ru-cellai di Duccio è diversa dalla sua. Dico subito di aver già risposto a Siliani di non poter aderire alla sua richiesta di fornirgli un parere, perché la mia identità di storico dell'arte si unisce in questo caso, ancora per pochi mesi, con quella dì consigliere comunale; ed è in quest'ultima veste che anni fa promossi e feci approvare dal Consiglio Comunale di Firenze (all'unanimità, collega Grazzi-ni!) una mozione sulla restituzione del dipinto alla chiesa; il mio parere quindi l'ho già espresso. Paolucci svolge le proprie argomentazioni sul binario dell'identità museale della prima sala degli Uffizi, dovuta a Michelucci, Scarpa e Gardella (ed era direttore degli Uffizi Roberto Salvini, con cui mi sono laureato).(...) (...) Va osservato però come primo argomento che la museologia è una scienza "di rimessa", interviene sul post: prima di tutto viene l'identità originaria dell'opera nel suo contesto, che nel caso della Madonna Rucellai, ancora nella stessa chiesa per cui l'opera fu appositamente creata nel 1285, è perfettamente conservato. E' dunque una storicità che va dal 1285 al 1956 (quando fu aperta la sala degli Uffizi), e che indiscutibilmente fa premio su una storicità che va dal 1956 al 1966 (e al più tardi fino ad oggi; 48 anni contro 671 !). Già, perché Paolucci non dice che cardine dell1 allestimento della sala era la Croce dipinta di Cimabue, restituita nel 1966 a Santa Croce, cui apparteneva. Cito alla lettera un funzionario degli Uffizi: "Purtroppo la restituzione del Crocifisso di Cimabue ai Frati di Santa Croce ci ha privato di un allestimento magistrale": gli stessi Uffizi riconoscono dunque che l'allestimento originale era già stato sostanzialmente alterato. L'intera sala del resto è oggi abbondantemente cambiata rispetto al primo allestimento: non solo sono partite opere, ma ne sono state inserite molte altre, a cominciare dal Polittico di Badia dello stesso Giotto. Certo, nessuno penserebbe oggi di ricondurre ad Ognissanti la Madonna di Giotto e a Santa Trinità quella di Cimabue: lasciarono le due chiese nel corso delle soppressioni antiche. Ma la Madonna Rucellai è stata scippata, per dir le cose come stanno, con un atto dì indefinibile (nel senso che non saprei proprio come definirlo) arroganza, soltanto nel 1956; che poteva passare allora, non oggi: dopo essere stata estratta da Santa Maria Novella per la Mostra Giottesca del 1937, poi ricondotta, poi nuovamente ritirata per sottrarla ai rischi bellici (e nessuno avrebbe immaginato che il vero rischio era un altro). Paolucci sottolinea gli aspetti storico-artistici della presenza contemporanea delle tre Maestà (Cimabue, Duccio, Giotto). Va ricordato allora che la situazione (tranne Cimabue) è perfettamente identica per Santa Maria Novella, dopo che è stata ricollocata nel 2001 al centro della navata principale la grandiosa Croce dipinta di Giotto, da lui realizzata in perfetta contiguità e quasi contemporaneità (possono forse esserci due anni di distanza) con la Madonna Rucellai. Riproporre il dialogo plurisecolare fra queste due opere risulterebbe cosa straordinaria: o vogliamo fare questione dei soggetti, e dire che una è una Madonna e l'altro un Crocifisso? Da allora, sono stati riscoperti e valorizzati nella stessa chiesa i residui affreschi di Duccio, determinante conferma del contesto originario della Madonna Rucellai. In Santa Maria Novella abbiamo dunque opere di Gioito e Duccio, dell'Orcagna e di Nardo di Cione, di Masaccio e Brunelleschi, di Ghirlandaio e Filippino Lippi: come immaginare per la Madonna Rucellai una contestualizzazione più degna? E allora, l'argomento della storicità dell' allestimento della sala degli Uffizi (che poi, a dirla tutta, non è certo un feticcio intoccabile: sono stati gli Uffizi per primi a modificarlo; ed esistono mille casi del genere nel mondo) non può che cedere di fronte ad una storicità assai più alta ed antica: quella della straordinaria basilica domenicana, che da sempre onora la nostra città con la sua presenza di arte e di fede religiosa.