Le quattro stagioni dipingono di tanti colori i panorami come fossero immense tele A Livorno Ferraris unisola-cimitero sospesa nel nulla A Trino lantica Partecipanza Gita al mare, sui monti, magari in collina. In pianura mai. Eppure, nonostante sia il paesaggio più piatto che si possa immaginare, luniverso geometrico della risaia è inaspettatamente uno degli orizzonti che mutano maggiormente il proprio volto da una stagione allaltra. Un mondo da esplorare con la pazienza di chi non ricerca lemozione folgorante di un belvedere da consumare allistante, ma il lento piacere distillato della contemplazione. Estate: forse è la stagione meno indicata, caldo e zanzare dettano legge, lafa stordisce, ma il verde elettrico, di cui il riso ancora acerbo inonda i campi trasformandoli in riquadri fosforescenti, vale da solo il viaggio. Autunno: sotto il cielo più trasparente di settembre il verde cede il passo alloro delle spighe, che in una giornata di vento ondeggiano e si increspano in una danza continua. Pura ipnosi. Inverno: dopo la mietitura restano le stoppie incenerite a disegnare una trama di strie nere, fino in fondo alle montagne, tra grigi e bruni di cielo e terra o il bianco spolverato della neve. Primavera: è il trionfo dellacqua, il piano si trasforma in una miriade di riflessi, in uno specchio frantumato tra centinaia di frammenti che moltiplicano le immagini allinfinito. Lo spazio regolare impazzisce in una vertigine di spigoli e luci, simile a un viaggio sulla superficie di un quadro cubista. Ma qui non cè artificio pittorico. Dallorigine del mondo le uniche immagini prodotte dalla natura sono quelle riflesse dagli specchi dacqua, che fanno della risaia un grande museo orizzontale a cielo aperto, senza confini. Cascine e paesi sembrano galleggiare, appaiono e scompaiono come gli illusori miraggi della fata Morgana, eppure sono saldamente aggrappati alla terra con il loro prezioso carico di storia e di cultura. Se vi capita di arrivare a Livorno Ferraris, per esempio, troverete palazzi storici e una ventina di chiese disseminate nel comune, la parrocchia di San Lorenzo, Santa Maria dIsana, San Giovanni Decollato, San Francesco, San Sebastiano, SantAndrea, Santa Maria delle Grazie ognuna con opere di artisti quali il Moncalvo o Galliari, con affreschi, pale o quadri dipinti nel corso dei secoli a testimoniare la stratificazione continua di un patrimonio ricco, anche se lontano dallo sfarzo. Non mancano i musei curiosi, come quello dedicato alla gloria locale Galileo Ferraris, inventore del motore a campo magnetico rotante, oppure quello della tenuta Torrione della Colombara, dove sono raccolti strumenti e sopravvivenze di un passato non solo contadino, che nel lavoro ha ritagliato generazione dopo generazione la propria identità. È quindi possibile imbattersi in particolari surreali come il minuscolo cimitero a pianta rotonda della frazione di CastellApertole. Probabilmente a seguito del volere napoleonico, che imponeva linumazione dei defunti al di fuori dellabitato, qui, per evitare di affidare le salme alla deriva nelle risaie come naufraghi, si son trovati costretti a edificare un"isola" artificiale, circondata solo da acqua e aria. Chi volesse godere di questo spettacolo vagando a piedi, in bicicletta, a cavallo, può intraprendere il "percorso del Lòlo", oppure quello del "Lolino", più breve, o ancora la "Strà dla Lòla". Itinerari ecologici lungo i quali attraversando le colture del riso non è raro incontrare anatre, aironi, gazze e lepri, immancabilmente accompagnati dal gracidio di un coro di rane. Da qualche anno è possibile perfino vedere nuovamente le mondine, che la meccanizzazione spinta dellattività agricola aveva estinto, relegandole tra i ricordi mitologici del film Riso amaro. Oggi sono cinesi, richiamate al durissimo lavoro di combattere a mani nude contro il terribile crodo, un infestante davanti al quale chimica e tecnologia hanno dovuto arrendersi. Per andare ancora più indietro nel tempo è sufficiente muoversi in direzione di Trino, dove, prima di raggiungere il sito della dismessa centrale nucleare, si incontra il "Parco Naturale del Bosco delle Sorti della Partecipanza". Già nel nome risuonano antichi echi medievali per questo modesto rilievo di terra che, grazie a regole ferree dal XIII secolo, è stato risparmiato dallo sfruttamento agricolo. I 570 ettari di bosco, un tempo sacro a Apollo, ci aiutano a capire come dovesse essere il paesaggio selvatico prima che luomo imponesse la sua geometria produttiva alla natura. Pioppi e querce insieme a centinaia di altre specie vegetali, che crescono in un groviglio anarchico di spirali e vilucchioni, ricordano quanto la risaia con i suoi poligoni rettilinei sia frutto della fatica secolare di migliaia e migliaia di uomini. Uomini capaci di trasformare con il loro lavoro anonimo una pianura che, unica in Europa, produce oltre tre milioni di quintali di riso e che possiamo ammirare come unimmensa opera di land art.