Il genio è in caduta libera. Se continua così, solo l'Isola... Vittorio Sgarbi andrebbe difeso da se stesso perché sta dissipando, in un crescendo di trovate che lo stanno disintegrando, le straordinarie doti di studioso e di animatore culturale che, fino a dieci anni fa, lo prefiguravano a ben altri e ben più solidi traguardi. Dopo essere transitato come un tornado come sottosegretario nel ministero dei Beni culturali, retto da Giuliano Urbani (che, non a caso, venne messo in croce da Sgarbi) nel precedente governo Berlusconi, Sgarbi venne scaricato da Forza Italia. Il critico, certo di avere tutte le porte spalancate, si propose allora, sempre attraverso articoli di giornale, per essere imbarcato dal centro sinistra che però , visti i precedenti di Sgarbi, non gli rispose neppure e lo lasciò a terra. Per fortuna, Sgarbi trovò, a quel punto, la rete di salvataggio di una signora soccorrevole e potentissima (ma anche molto ingenua, bisogna pur dirlo) che è il nuovo sindaco di Milano, Letizia Moratti, che, incurante dei precedenti di Sgarbi, lo nominò assessore alla Cultura del comune di Milano. Qui, appena insediatosi, Sgarbi, come al solito, cominciò a fare i fuochi pirotecnici, complici le cronache locali dei grandi giornali (molto più il Corriere che la Repubblica, a dire il vero). Ogni giorno infatti Sgarbi promuoveva una trovata deflagrante o provocatoria per guadagnarsi un titolo di apertura in cronaca. Che gli veniva regolarmente concesso. E, quasi sempre, queste trovate erano esplicitamente contro i suoi colleghi in giunta dei quali Sgarbi continuava ad espropriare compiti e prerogative. La Moratti, anche se era sempre più sulle spine, ha tenuto a lungo duro, fino a che Sgarbi propose l'approvazione di una mostra sui «vari amori» (tutti, fuori quelli normali) che venne da lui presentata in giunta in modo da non allarmare gli assessori di centro destra che infatti l'approvarono senza battere ciglio. Il giorno dopo però Sgarbi, anziché accontentarsi di aver portato a casa il risultato da lui voluto, spiegò subito ai giornalisti, che ci andarono a nozze, che la giunta Moratti era popolata di assessori coglioni che erano caduti nella trappola da lui loro tesa con un titolo fuorviante e avevano quindi approvato una mostra che non avrebbero mai sostenuto se avessero capito ciò di cui essa avrebbe trattato. A quel punto, scattò il cosiddetto licenziamento. Sgarbi, che riteneva di poter continuare a fare il ruolo del tupamaro in giunta senza pagarne il conto, ci rimase di sasso, ma rilanciò. Si mise infatti a gridare, sempre sulle cronache locali dei grandi giornali nazionali ma soprattutto su quelle del Corriere (una cui redattrice, Elisabetta Soglio, faceva, in pratica, ogni giorno, solo il mega articolo su Sgarbi), dicendo che la Moratti era una poveretta, che Milano non lo meritava, che tornava a Roma dove Gianni Alemanno, nel frattempo eletto sindaco, lo attendeva a braccia aperte per affidargli incarichi mirabolanti. Ma Alemanno, anche se è neofita nel ruolo di sindaco, è sicuramente meno ingenuo sulle persone di quanto non lo sia stata la Moratti e soprattutto è meglio consigliato. Lascia infatti Sgarbi sul pack, senza rispondergli neppure. A questo punto, Sgarbi tenta un' altra sortita: si presenta sindaco a Salemi, un paesino di 12 mila abitanti, a due passi da Gibellina, nella valle del Belice che fu sconvolta dal terremoto. Promette un terremoto anche lui, Sgarbi, ma culturale, questa volta. I cittadini di questo paese devastato dall'emigrazione, stupefatti da tante promesse e inebetiti dal fatto che ci sia un grande personaggio con permanente seguito di telecamere, che si interessa di loro, gli credono e lo eleggono trionfalmente. Inizia cosi, con il solito copione, la Santabarbara degli annunci sgarbiani. Nomina Oliviero Toscani assessori alla Creatività. Philippe Daverio, quello del farfallino, viene investito col titolo di «Bibliotecario». Graziano Cecchini (quello che aveva tinto di rosso la Fontana di Trevi) diventa consulente al «Nulla». Sgarbi promette che anche Riccardo Muti sarà a lungo a Salemi con la sua grande orchestra «Cherubini» (senza precisare chi pagherà; infatti non lo si è ancora visto). Sgarbi assicura anche che andrà all'Isola dei famosi («per due milioni e mezzo di euro, però») «per portare il nome di Salemi nel mondo». Al paesino dove sono rimasti pochi, vecchi e acciaccati, comincia a girare la testa a tutti. Sanno, dicono all'inviata della Repubblica di Palermo che «Sgarbi non resterà a lungo, bisogna approfittarne». A questo punto, quando Sgarbi cominciava a girare in tondo come il ciuccio di un frantoio, è arrivata, provvidenziale, da Milano, la notizia che il Tar aveva respinto la revoca morattiana a Sgarbi dell'incarico di assessore. Sgarbi allora decide, a colpi di grancassa mediatica, di fare l'opposto di Garibaldi: partendo da Salemi, dichiara che rientrerà trionfalmente a Milano dove, anche se ci fossero le barricate, parteciperà ugualmente, «usando la forza e il diritto» alla giunta comunale nella prima seduta raggiungibile e cioè in quella di venerdi 1 agosto, espugnando quindi, con la bandiera del Tar in mano, Palazzo Marino, la storica sede del Comune di Milano che si trova nella centralissima piazza della Scala. Il giorno dopo però, martedi 29 luglio, resosi conto che, per ovviare a un licenziamento «non motivato» bastava fare un altro provvedimento «motivato», Sgarbi, senza dire di aver cambiato direzione, diventa improvvisamente più accondiscendente e flautato. Fa marcia indietro e chiede formalmente che, al posto del ruolo di assessore, a cui lui rinuncia, gli venga conferito dalla Moratti un alto (e, sottinteso, ben retribuito) incarico come, ad esempio, la direzione di tutte le mostre del palazzo Reale. La Moratti fa finta di non capire e non fa una piega. Allora, sul Corriere di giovedi 31 luglio, Sgarbi denuncia l'ignoranza della Moratti che, secondo lui «è incapace anche di licenziarmi». A Palazzo Marino infatti, sostiene Sgarbi, «non sapevano nemmeno che c'è incompatibilità fra il mio ruolo di sindaco a Salemi e quello di assessore a Milano. L'incompatibilità era automatica e sarebbe scattata dieci giorni dopo l'assunzione del mio incarico in Sicilia». Senonchè il giorno prima, mercoledi 30 luglio, sempre Sgarbi, che aveva già ipotizzato di unire la cittadina terremotata con la capitale della Lombardia, con un Sale-Milano (lo slogan trans regionale, frutto della fusione fra Salemi e Milano, glielo aveva coniato Enrico Ghezzi) aveva spiegato sul Giornale di Sicilia che «anche se reintegrato, non lascerò Salemi». Ciò vuol dire che il giorno prima di aver denunciato l'ignoranza delle norme da parte del Comune di Milano, nemmeno Sgarbi le conosceva. O se le conosceva faceva finta di non conoscerle. E già questo è un sintomo della sgarbite, una malattia per cui non sai più a che punto del discorso ti trovi. Insomma, Sgarbi, un'altra volta e sempre più, sta rotolando su se stesso. E lo fa sempre a modo suo, a suon di titoli di giornali e con un gran clangore di dichiarazioni mirabolanti. E quindi anche coloro che, non conoscendolo per quello che in realtà è e che quindi potrebbero ripescarlo, finiscono per conoscerlo e quindi lo evitano accuratamente. Sgarbi infatti è una geniale (se vogliamo, genialissima) scheggia impazzita. Ma se va avanti cosi, ha proprio ragione lo stesso Sgarbi, gli resta solo l'Isola del famosi. E dopo?