In Pinacoteca dal 27 settembre l'antologica di uno dei protagonisti del Rinascimento Amico è il nome di battesimo di questo artista del '500 poco conosciuto dai suoi concittadini bolognesi ancor oggi ma a cui la città dedica una importante mostra che aprirà i battenti presso la Pinacoteca nazionale di Bologna il 27 settembre prossimo. Il cognome è Aspertini e, quasi a dispetto del nome, il personaggio era già al suo tempo considerato bizzarro e inquieto. D'altra parte la curiosità intellettuale è sempre stata considerata con sospetto dall'intellighenzia bolognese amante del queta non movere più che dell'innovazione. Così Amico Aspertini (1474-1552), figlio d'arte, fu presto spinto dal suo carattere volitivo e instancabile a seguire la sua vocazione, coltivata nella bottega di famiglia, uscendo dai confini cittadini e nazionali, prima in Toscana poi nelle Marche e a Roma. Fu tuttavia un accorto uomo di relazioni e si legò alla potente famiglia dei Bentivoglio, fin quando questi lasciarono la città, letteralmente cacciati da Giulio II. Allora Amico ne seguì le sorti, pur senza rotture con Bologna, trasferendosi a Lucca dove lavorò nella chiesa di San Frediano e dove ottenne nuova cittadinanza. A Bologna comunque rimase sempre un protagonista, ottenendo diverse committenze che gli consentirono di esprimere la sua personalità, poco conforme al classicismo dominante nella città ormai conquistata dalla Chiesa di Roma. Oltre a diversi lavori di pittura e scultura, lavorò nelle chiese di San Martino e di San Michele in Bosco. Dopo la prematura scomparsa della moglie e dei suoi due figli, nel 1530 si risposò con la giovane orafa Smeralda degli Abati, avendone altri quattro figli, che lasciò tutti eredi testamentari. Pittore brillante, con interessi per la storia e l'antichità classica, frequentò a Roma i laboratori del Pinturicchio e di Filippino Lippi, mentre a Bologna i colleghi-concorrenti Francesco Raibolini detto Francia e Lorenzo Costa gli fecero scoprire la pittura fiamminga. Abile disegnatore e ambidestro, Aspertini ha prodotto molti disegni e nei relativi taccuini, detti "vacchette", ha lasciato tra l'altro preziose testimonianze di molte opere perdute. Le sue opere fino ad ora si potevano vedere alla Pinacoteca nazionale, una nelle Collezioni comunali, una al Museo Davia Bargellini, affreschi nelle chiese di Santa Cecilia e San Giacomo e nella Palazzina della Viola, diversi dipinti nella chiesa di San Petronio, dove trovano stabile collocazione anche tre importanti sculture. Un discorso a parte, si veda l'articolo a lato, merita poi la Rocca Isolani di Minerbio. La mostra, che resterà aperta sino all'11 gennaio, ha un titolo in parte mutuato dal Vasari ("Amico Aspertini, artista bizzarro nell'età di Dürer e Raffaello") e metterà in scena quasi 100 opere fra grandi e piccole, di cui 48 dipinti, poi disegni ceramiche e miniature; importante sarà vedere anche il contorno, di altre 40 opere di diversi artisti coevi. Già da tempo in gestazione fra gli studiosi della Pinacoteca di Bologna, la mostra ha l'ambizione di inserirsi nel filone delle rassegne storiche dell'arte bolognese ed emiliana, come i Carracci o Guido Reni. Essa è promossa dalla Soprintendenza e dal Comune e curata da Andrea Emiliani e Daniela Scaglietti. Franco D'Occhi
Bologna riscopre Amico Aspertini tra sacro e profano
Il 27 settembre, la Pinacoteca nazionale di Bologna apre una mostra su Amico Aspertini, un pittore bolognese del '500. Aspertini era considerato bizzarro e inquieto, ma la sua curiosità intellettuale lo spinse a seguire la sua vocazione. Lavorò in Toscana, nelle Marche e a Roma, e si legò alla potente famiglia dei Bentivoglio. Dopo la sua scomparsa, si risposò con una giovane orafa e ebbe altri figli. Aspertini frequentò i laboratori di Pinturicchio e Filippino Lippi a Roma, e i colleghi-concorrenti di Bologna gli fecero scoprire la pittura fiamminga.
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