Numeri e cultura. Un rapporto assai complicato. L'ultimo Premio Strega ha sdoganato i "numeri primi" in letteratura, ma solamente nel titolo. Galli della Loggia, con il suo corsivo sul Corriere della Sera del 22 luglio, chiede che si torni a parlare di cultura utilizzando le parole e lasciando da parte le cifre. Le risposte dei ministri (di quello ufficiale e di quello "ombra") all'editoriale non sono tardate ad arrivare: ma usando solamente le parole il rischio è di scivolare nell'indeterminatezza dei discorsi autoelogiativi o eccessivamente critici. Per il bene del nostro patrimonio culturale e artistico i conti, alla fine, bisogna pur farli. E allora, risulta inevitabile dover parlare di tagli e di strategie organizzative, senza perdere di vista gli obiettivi e i costi a loro connessi. La premessa d'obbligo riguarda il paradosso di un Paese che ha il più importante patrimonio del mondo ma destina alle politiche culturali una cifra che è tra le più basse fra gli Stati europei. I numeri infatti dicono che per il 2008 le risorse finanziarie destinate al settore rappresentano lo 0,23 per cento del bilancio generale dello Stato. In termini assoluti si tratterebbe di 2,3 miliardi di euro, a fronte dei 6,5 della Finlandia. E, senza voler essere sciovinisti, viene immediatamente da chiedersi se sia possibile fare un benché minimo paragone fra i due Paesi per ciò che attiene la valenza dei loro patrimoni artisti e culturali. Il problema, dunque, è semplice a dirsi (le risorse, se rapportate a quelle stanziate dagli altri Stati, sono inadeguate) ma di difficile soluzione. Innanzi tutto, andrebbero spesi (o spesi meglio) i soldi a disposizione, e non è retorica. Ad esempio, in Italia, per il restauro dei beni architettonici non si utilizzano nemmeno i pochi soldi stanziati, nel 2007 sono stati spesi solo il 60 per cento di quelli erogati. Capire quali impedimenti burocratici creano tale inefficienza sarebbe un primo passo per procedere al recupero di un numero maggiore di edifici storici. Inevitabilmente, però, la tutela del patrimonio - come ha giustamente affermato il ministro Bondi nella sua audizione in Commissione parlamentare - non dovrà passare unicamente dallo Stato, ma dovrà essere affiancata da un maggiore coinvolgimento degli enti locali. In maniera provocatoria, Salvatore Settis si chiedeva qualche settimana fa dalle pagine del Sole-24Ore se non fosse intenzione tacita del governo, visti i tagli ai finanziamenti, devolvere la tutela del patrimonio alle regioni. Sicuramente, per ciò che attiene il paesaggio (ma non solo), andrebbe rivisto l'indirizzo "centralistico" portato avanti da norme come il decreto legislativo 63 del 2008. Oltre a un maggior decentramento, si dovrebbe inoltre favorire la partecipazione dei privati sia nella tutela che nella valorizzazione dei beni culturali. Alcune idee del ministro vanno proprio in questa direzione, soprattutto quando parla di ridurre drasticamente l'Iva per l'acquisto di opere d'arte o di estendere anche alle persone fisiche le deduzioni fiscali per i contributi alla cultura. A proposito di leva fiscale, l'entrata in vigore di due misure come il tax credit e il tax shelter non potrà che portare nuove risorse private al nostro cinema. Bondi si è speso per non far scomparire questi provvedimenti, e gliene va dato atto. Si potrebbe pensare di estendere la norma agli spettacoli dal vivo. I risultati sarebbero presumibilmente interessanti. Defiscalizzazioni, coinvolgjmento maggiore dei privati e degli enti locali, uso più efficiente delle risorse, ma anche la gestione autonoma dei musei, sono priorità esplicitate dal ministro che non possono che essere giudicate positivamente. Ovviamente, al momento, rimangono dichiarazioni d'intenti. Vi sono stati però interventi positivi: come la reintroduzione di agevolazioni fiscali per il cinema e il commissariamento del sito archeologico di Pompei, da troppo tempo lasciato in balìa dell'incuria e del degrado. La strada da compiere è ancora lunga per dare seguito agli ambiziosi propositi del ministro. Inevitabilmente si dovrà scontrare con numeri e cifre - oltrechè con numerose critiche - dal momento che m'amministrazione razionale della cosa pubblica richiede una gestione oculata delle risorse, soprattutto in una situazione di forte scarsità. Non tutti i mali però vengono per nuocere, gli stanziamenti poco onerosi potrebbero essere un incentivo a far compiere allo Stato qualche timido passo indietro sul fronte dei beni culturali. A tutto vantaggio degli stessi. Se un aspirante fisico ha vinto un importante premio letterario, non è detto che saper far di conto sia negativo per la cultura. Al momento, il neo-ministro sembra cosciente del suo compito e delle difficoltà economi-che che ha di fronte. Forse merita solamente un po' più di fiducia di quanta non siano pronti ad accordargliene gli intellettuali.