L'archeologo e linguista Filippo Maria Gambari sostiene che i toponimi della Spagna contestati potrebbero essere celtici La querelle sul papiro di Artemidoro non si sblocca? Continua ad aleggiare il dubbio se sia un originale antico o un falso colossale? Chiediamo aiuto ai Celti. È la proposta di Filippo Maria Gambari, archeologo della Soprintendenza del Piemonte e gran conoscitore dei Celto-Liguri di casa sua. Che però hanno diverse caratteristiche in comune con i Celti della penisola iberica, terra descritta nel testo geografico del tormentato papiro. E le similitudini tra i due universi celtici risultano evidenti proprio in molti nomi di luoghi, come la nostra Tortona che è simile alla spagnola Tortosa, Pallanza che deriva da Palantia (altra località spagnola), Veleia che va a braccetto con l'iberica Velleia. «Sono nomi della lingua celtica più antica spiega Gambari perché entrambi i luoghi furono occupati dai Celti da tempi molto antichi, sicuramente almeno dall'VIII-VII secolo a.C. Per questo per noi studiosi di cose celtiche la Spagna è importante: ci fa risalire alle origini della lingua». E anche per questo Gambari ha considerato con attenzione quei nomi di luogo così strani contenuti nel famoso papiro. Che a detta del trio Salvatore Settis, Claudio Gallazzi e Bärbel Kramer, è un originale del I secolo a.C. e contiene parte del testo del Periplo di Artemidoro di Efeso corredato di una mappa della penisola iberica che sarebbe la più antica mappa a noi pervenuta del mondo classico. Persino l'accostamento testo-mappa sarebbe un unicum per i testi geografici antichi. Insomma una rarità assoluta. Mentre per Luciano Canfora il papiro tutto sarebbe una patacca, forse confezionata da tale Costantino Simonidis famoso falsario ottocentesco. E tra le prove avanzate da Canfora per dimostrare l'inautenticità del testo ci sono anche diversi toponimi tra cui quello "inspiegabile" (Il papiro di Artemidoro, Laterza 2008, pagg. 296) del fiume lusitano Obleuion. Per Canfora questo nome sarebbe preso a prestito da una traduzione latina cinquecentesca del testo di Strabone (geografo greco vissuto circa un secolo dopo Artemidoro) e sarebbe dunque di necessità una costruzione moderna. Ma il termine usato dal traduttore latino è Oblivion e non l'Obleuion del papiro, osserva Gambari. Ci dev'essere dunque un'altra spiegazione. E infatti chi conosce la lingua celtica non ha difficoltà a ricordare alcuni toponimi e idronimi derivati dalla composizione tra la preposizione au- (simile al greco apo-) e bel- che in gallico significa "potente", come Obelum, Obilinnum, Obila. A questa famiglia può legittimamente appartenere anche il nostro nome di fiume. Un nome dunque celtico e di origini molto antiche che Artemidoro, vissuto a cavallo tra il II e il I secolo a.C., poteva agevolmente conoscere e usare. Come pure poteva usare il termine Salakeinoi: un'invenzione secondo Canfora, mentre per Gambari sarebbe etnonimo derivato da Salakia, antico nome di varie località tra cui anche una piemontese (attualmente è Salassa) che deriva da sala, "canale". «La mia è solo una proposta puntualizza Gambari e una provocazione per i linguisti celtici e gli esperti di toponimia della penisola iberica. Devono entrare nel dibattito, portare il loro contributo perché il papiro è anche materia loro. La discussione su un oggetto così complesso non può rimanere confinata a papirologi e filologi. Anzi, è possibile che da altre discipline giungano suggerimenti rivelatori». Gambari presenterà la sua "provocazione" al convegno sul papiro di Artemidoro che si terrà nella torinese Accademia delle Scienze il 14 novembre prossimo. Mentre il papiro continua il suo tour in Germania, e dopo Berlino è approdato ora a Monaco con una mostra ancor più ricca e fastosa. E la Fondazione per l'arte della Compagnia di San Paolo (che ha acquistato il papiro nel 2004) conta di portarlo anche altrove in Europa. Magari in Spagna. Sarebbe forse doveroso. Ma sorge un dubbio: il falsario Simonidis conosceva la lingua celtica arcaica? Non potrebbe aver colto lui, scientemente, quei nomi di luoghi iberici? «Lo escludo - dice Gambari -. Sono conoscenze acquisite solo nel Novecento». Attendiamo la replica di Canfora.