La classifica Federculture nel suo rapporto annuale svela la graduatoria dei quindici siti culturali meno frequentati: dalla Puglia all' Emilia Romagna I custodi In qualche caso il personale a disposizione viene dirottato negli uffici delle Soprintendenze, in altri resta nelle sale vuote. Poco utilizzati i volontari C' è un' Italia dei musei dimenticati e che nessuno va a visitare. O quasi. Parco archeologico di Siponto, due chilometri da Manfredonia, provincia di Foggia, aperto appena dieci anni fa: quattro visitatori l' anno. Esattamente quattro. Belle vestigia dell' antica Siponto, importante scalo commerciale già nel VII secolo avanti Cristo. Suggestivi, così immersi nella campagna, i resti della Basilica paleocristiana. Eppure solo 4 biglietti staccati nel 2007. Porto di San Severo a Ravenna, nemmeno due visitatori al giorno, 600 l' anno. Museo archeologico di Formia, località strapiena di turisti d' estate: poco più di due visitatori al giorno in media annua, figuriamoci cosa avviene d' inverno. Luoghi statali che impiegano custodi, quindi denaro pubblico. La lista dei 400 musei statali italiani, rielaborata da Federculture sui dati del ministero per i Beni e le attività culturali, svela un' inedita classifica 2007: i quindici luoghi meno visitati d' Italia. Un patrimonio inutilizzato, lontano dai circuiti della contestatissima Mostromania, magari preziosi ma sconosciuti al grande pubblico e quindi ai circuiti turistici internazionali. I quattro ostinati visitatori del Parco di Siponto erano evidentemente motivati e coltissimi: perché bisogna telefonare al Castello di Manfredonia per prenotare e farsi aprire. Ne vanno aggiunti altri 42, convinti dalla biglietteria centrale del Castello, cioè il Museo archeologico che propone un circuito museale col Museo Nazionale del Gargano. Il privato titolare della biglietteria e dei servizi, la società Novamusa-Thesauron, dopo meno di un anno di prova capì che mantenere uno spazio solo per il Parco sarebbe stata un' impresa economicamente insensata. E così Siponto è un Parco aperto solo sulla carta. Altro caso, il Palazzo reale di Pisa, terzo tra i meno visitati, anche questo aperto nel 1989: un raro Raffaello giovane, il Ritratto di Eleonora di Toledo del Bronzino, e poi opere di Canova e Guido Reni. Un raffinato gioiello. Eppure totalizza appena 299 visitatori. La ragione, qui, è burocratica. I custodi dipendenti sono sei ma devono garantire la funzionalità della Soprintendenza al Patrimonio storico artistico, per i Beni architettonici e il Paesaggio di Pisa e Livorno. L' apertura del Palazzo Reale si riduce a quattro ore la mattina del sabato. Il cartello «chiuso per carenza di personale» è un' abitudine, su Lungarno Pacinotti. Sostiene Roberto Grossi, segretario generale di Federculture e curatore del Rapporto 2008: «L' Italia non dovrebbe rincorrere i grandi numeri, cioè il modello Louvre o Centre Pompidou, magari per esportare il brand a Abu Dhabi. Il vero valore italiano è la straordinaria rete dei suoi musei composta da 4.000 realtà tra statali, comunali, diocesani. L' Italia può competere in campo internazionale, nel turismo culturale, puntando decisamente su un sistema organizzato che valorizzi l' irripetibile ricchezza del nostro territorio, anche nel comune più piccolo e lontano». Ma per raggiungere questo obiettivo, sostiene Grossi, occorre una capacità di «fare sistema» ancora lontano: «Cioè saper gestire l' informazione, curare il rapporto con gli utenti e con le realtà locali, modernizzare i servizi». Quindi consentire all' ipotetico turista straniero che approda in Puglia, magari appassionato di archeologica, che il dimenticato Parco archeologico di Siponto vale da solo un viaggio a Manfredonia. Michele Trimarchi, docente di Economia della cultura a Bologna, punta il dito contro «l' abitudine muscolare di lasciarsi attrarre dai grandi numeri». A suo avviso «ogni museo ha una propria peculiarità, magari adatta a cifre meno clamorose. Tutto sta nel saper affrontare il problema». E come? Trimarchi offre una formula rapida: «Le risorse umane vanno rimescolate. I custodi, stanchi e demotivati, vanno messi nelle condizioni di rinnovarsi professionalmente per garantire visite vivaci e coinvolgenti. Occorre garantire autonomia gestionale ai direttori, metterli nelle condizioni di non sentirsi solo dipendenti dei Soprintendenti». Walter Santagata, altro docente di Economia della cultura ma a Torino, pone la questione del federalismo: «In Francia i musei statali sono 35, in Gran Bretagna non saranno più di una dozzina. Penso cioè che lo Stato debba occuparsi delle eccellenze, come gli Uffizi. Ma dovrebbe lasciare agli enti locali la cura diretta dei musei minori. La distanza che separa il ministero romano dalla direzione e dalla gestione di una piccola collezione in provincia è immensa. Al contrario la distanza col municipio locale è brevissima, anche in termini banalmente burocratici». Il meccanismo consentirebbe, secondo Santagata, di motivare l' ente locale e spronarlo «a valorizzare un bene molto utile per la realtà economica e culturale territoriale. Esigenza che il centralismo non può avvertire». L' altra contestazione di Santagata è per l' «Economia delle Superstar». Dice il professore: «I musei Superstar attirano la gran parte delle visite. Anche se certe volte la differenza qualitativa non è così immensa da giustificare lo scarto. Penso a una meraviglia come Palazzo Spinola a Genova, un' autentica reggia. L' ho visitata quasi in solitudine. Ormai è obbligatorio creare reti di proposte che assicurino maggiore visibilità a una certa tipologia di museo». Infine una annotazione di ordine generale: «Io sono un grande fautore della gratuità dell' ingresso nei musei. La decisione del governo Blair, nel 1991, portò 22 milioni di visitatori in più nei musei britannici in sei anni. Soprattutto nei casi di cui parliamo la gratuità attirerebbe nuovo pubblico. Il sistema dell' offerta libera al posto del biglietto non ha registrato dati così lontani dallo sbigliettamento. E poi i musei non saranno mai organizzazioni economiche in grado di autofinanziarsi semplicemente con l' introito da ingresso». La conclusione è affidata a Daniele Jallà, presidente della sezione italiana dell' Icom, International Council of Museums, che tempo fa ha prodotto un duro documento sui finanziamenti, ritenuti eccessivi, alle grandi mostre temporanee: «Ho fiducia in un fenomeno che sta vincendo nell' alimentazione. Cioè il prodotto di nicchia. Mi chiedo: ancora per quanto tempo i turisti giapponesi o del resto del mondo accetteranno di visitare, male e di corsa, solo i soliti grandi musei? Una progressiva consapevolezza non li porterà sempre più a scegliersi mete più rispettose del tempo, e magari più economiche?» Ultima annotazione: «Bene gli investimenti sulle nuove realtà. Ma attenzione nel non creare collegamenti col resto del territorio. Mi chiedo: se la reggia di Venaria attira molto pubblico, non finiremo col marginalizzare le altre regge sabaude piemontesi o quel capolavoro romanico che è l' Abbazia di Vezzolano?» Mai quanto il disgraziato Parco archeologico di Siponto...