SALISBURGO - Riccardo Muti, 67 anni oggi. «Come sempre non farò nulla - sorride - non sono uno che celebra l' invecchiamento, finché posso contare gli anni va tutto bene. In futuro mi vedo immerso nei miei trulli pugliesi». I trulli dovranno aspettare. L' impegno coi giovani della Cherubini in Italia, il tour di un mese coi Wiener, a Chicago il progetto con cui smetterà di essere un direttore «à la carte». E ora è il «re» di Salisburgo con due opere, l' Otello del primo agosto e la ripresa del Flauto magico, più il concerto per il centenario di Karajan. Al Festival è, con Maurizio Pollini, l' unico grande italiano invitato regolarmente. Per l' ultimo nostro regista bisogna riandare al 2000: era Luca Ronconi. Si va avanti con la casualità dei talenti, mentre gli altri Paesi spadroneggiano. Maestro cosa dovremmo imparare dall' Austria? «È un Paese che ha nel suo passato il suo futuro. La vita economica gravita sulla cultura. Ma possiamo guardare ai 30 mila pianisti in Cina, ai tanti teatri costruiti in Giappone. All' estero li costruiscono: noi li abbiamo. Solo che li teniamo chiusi. E illudiamo i giovani dei conservatori, condannati alla disoccupazione. Stiamo dimenticando ciò che siamo, non valorizziamo la nostra storia. Basta guardare la tv, si dà un mucchio di soldi a chi risponde: chi ha scoperto l' America? Colombo. Bravissimo! Stiamo sprofondando nel disordine e nella banalità. All' orlo del precipizio. Non pensiamo al nostro orto. Il ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi mi è parso disponibile e aperto, ma se gli tolgono i soldi dal portafogli». I registi nella vetrina dell' eccellenza... «L' attenzione va verso Paesi più vitali. Può essere che non abbiamo un ventaglio di personalità internazionali, evidentemente nel mondo teatrale l' Italia segna il passo. Sono cicli. Il giornale di Chicago (lavorerà anche Renzo Piano per la costruzione dell' Istituto per le arti moderne), ha scritto simpaticamente: l' invasione degli italiani». Muti ha un solo momento in cui risponde, come dire, in modo conciso. La novità dell' anteprima del 4 dicembre alla Scala sbatte un po' , se due sere dopo Muti riprende l' Otello all' Opera di Roma, dove non ha mai diretto: «Non lo sapevo neanche. E non mi interessa affatto». A Salisburgo andrà anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. È il Verdi che Muti avvicinò trionfalmente nel 1980 al Maggio e nel 2001 alla Scala: a Firenze si imponeva la regìa innovativa di Miklós Jancsó e «il cast straordinario, Renata Scotto, la voce bronzea di Carlo Cossutta e il primissimo Jago di Renato Bruson»; a Milano era l' ultimo Otello di Placido Domingo, accanto a Barbara Frittoli, e c' era il cilindro che girava ideato da Graham Vick. «Al Maggio era la prima volta che veniva usato il finale del terzo atto nell' ultima versione, quella per Parigi, più conciso, con le masse e i solisti nella loro totalità, mentre è più marcata la parte di Jago in una specie di continuo mormorio. Nel mondo non si fa tanto, per l' Austria sarà una novità». I due protagonisti, Aleksandrs Antonenko e Marina Poplav? «Li ho voluti completamente nuovi. Lui è di Riga, pronuncia italiana perfetta; lei è di Mosca, non solo ha una bella voce ma ha una figura meravigliosa dai lunghi capelli biondi, vocalmente e fisicamente adeguati». La regia è di Stephen Langridge. «La scena è una scatola nera in cui c' è un corridoio elegante con delle proiezioni, il mare in tempesta, le nuvole, uomini e donne del Rinascimento veneziano che servono per mostrare l' arrivo degli ambasciatori. L' opulenza e la magnificenza di Venezia in contrasto col luogo tetro e scuro che è Cipro, il mondo di Otello e Jago». Non sembrano esserci gli azzardi salisburghesi... «Infatti la scena è estremamente essenziale, né convenzionale né provocatoria, non ci sono le solite palandrane dittatoriali o reminiscenze di pigiami a strisce». L' Otello è la partitura più spettacolare di Verdi, e con Falstaff la più rifinita? «Vale ciò che disse Verdi, "l' ultima opera che ho scritto per il popolo, mentre Falstaff l' ho scritto per me stesso". Ma certamente sono i titoli di più estrema fattura anche se diversissimi fra loro. Non dimentichiamo che l' Otello, pur nelle innovazioni, è un' opera profondamente verdiana, è la fine di un percorso. E dato il testo di Boito, meraviglioso, e l' origine shakespeariana della tragedia, l' attenzione di Verdi sui personaggi è ancora maggiore. Come Falstaff, un' opera autobiografica». C' è nel primo atto uno dei duetti d' amore più belli nella storia del melodramma, quando Otello e Desdemona si confessano il loro amore. «Una grande pagina, però si sente che è l' amore di un uomo di 73 anni, sono dichiarazioni e scambi di messaggi amorosi basati sui ricordi, sulla nostalgia, su sensazioni di estasi e di desiderio di morte nel raggiungimento dell' estasi stessa. Altrove brucia la situazione in poche battute lancinanti». La prima volta all' Opera romana. «Mi piace l' idea di lavorare con un' orchestra e un coro che non conosco, per un titolo che richiede il massimo dello sforzo. Non devo mettere alla prova quel teatro, non sono così presuntuoso. Se ci sarà intesa, farò quattro opere e la prossima è Idomeneo di Mozart». Uno dei temi di Otello è la gelosia. Mai provata? «Sinceramente no, ringrazio il Signore per ciò che mi ha dato». L' apertura Don Giovanni al debutto Ieri il debutto del «Don Giovanni» (a sinistra una scena) nel Festival che ha come tema centrale «Eros e Thanatos»
TEATRI - Muti J' accuse da Salisburgo. L' Italia impari dall' Austria sulla cultura Da noi troppi teatri chiusi e disoccupati
Oggi Riccardo Muti compie 67 anni. Il direttore di orchestra salisburghese ha un programma pieno per l'estate, tra la ripresa dell' Otello e il Flauto magico. A Salisburgo, Muti sarà anche il re di festival, con due opere e un concerto. Il maestro parla della mancanza di attenzione verso la cultura italiana, che si concentra troppo sull'economia. Cita il caso della Cina, dove ci sono 30.000 pianisti, ma che non hanno la stessa attenzione che ricevono i giovani italiani. Muti parla anche della mancanza di innovazione e di sperimentazione nel teatro italiano, che si concentra troppo sul passato.
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