Osserviamo quello che accade ad Acciaroli, la cosiddetta "Capri" del Cilento: certo, in dieci anni gli stabilimenti balneari si sono decuplicati e gli agriturismi in collina sono sorti come funghi. Ma la qualità dellofferta dei servizi turistici sulla costa non è migliorata, i posti barca non sono aumentati, la bellissima spiaggia è sempre più affollata (o superaffollata) in modo improduttivo e disordinato, frequentata da cittadini poveri, in grandissima parte proveniente dalla nostra stessa regione. Non una libreria, non un bar raffinato, non un bel ristorante a filo dacqua. Quello che accade è che le colline sono meta di un turismo di qualità, spesso anche internazionale, e le coste sono in balia di frequentatori rumorosi e portatori di basso valore aggiunto in termini di contributo allo sviluppo della ricchezza e degli affari. Il turismo di qualità, anche internazionale, arriva ma resta confinato in collina o nel silenzio degli scavi archeologici. Il turismo di massa simpadronisce delle coste, le contamina senza tuttavia essere in grado di dare un contributo significativo al sorgere di servizi turistici di massa sì, ma razionali, efficienti e organizzati. E i giovani del Cilento, in questo scenario, appaiono troppo spesso assenti o silenti, continuano a fuggire, a cercare futuro altrove, apparentemente inconsapevoli o evidentemente incapaci di autogenerare occupazione nel loro territorio; che pure, potenzialmente, dovrebbe consentire a tutti di restare a casa, non più a coltivare il piccolo orto dietro luscio, ma a sviluppare quellofferta di servizi (artigianali e professionali) che manca e rappresenta uno dei maggiori fattori inibitori di un corretto processo di sviluppo turistico. Quale idea abbiamo dunque dello sviluppo postindustriale del Cilento? Di certo il settore trainante non può che essere il turismo. Ma "quale" turismo? Il rischio che questo territorio resti preda di un turismo regionale di basso livello, per soli 50 giorni lanno e quindi incapace di frenare lemorragia dei giovani, è elevato ed è sotto gli occhi di tutti. Sottovalutarlo sarebbe un errore. Al contrario occorre agire (anche politicamente) per creare le condizioni a che le colline e la costa diventino sempre più due facce della stessa medaglia e che sia nel tempo la collina a dettare le regole di un sano ed equilibrato sviluppo e non più la costa. Il mare è la ricchezza più grande di questo territorio ma, se mal gestita, rischia di rappresentare la fine del sogno del Cilento cosi come descritto da De Masi, quale «miraggio afferrabile». Al momento il Cilento è indubbiamente ancora un miraggio; vedremo se i cilentani saranno in grado di afferrarlo o meno. In fondo il Cilento sta alla provincia di Salerno come la provincia di Salerno sta alla Campania. I tanti napoletani che frequentano questo territorio abbiano il buon senso di comprendere che conviene a tutti che i Cilentani afferrino davvero questo miraggio e diano quindi il loro contributo perché ciò avvenga. Il sogno del Cilento è stato già interrotto altre volte: come quando circa trentanni fa la stupidità di alcuni e lingordigia di altri lasciò migrare da Palinuro il "Club Med". Stupidità e ingordigia vanno sostituite oggi definitivamente con lungimiranza e intelligenza. Occorre sviluppare un progetto e dargli un nome. Il turismo che produce ricchezza e funge da volano per lintera economia non è un business semplice: necessita di regole e controlli da un lato e di molta apertura ed elasticità mentale dallaltro. La ricetta la indica correttamente il professor De Masi: occorre costruire un sistema fatto di mare, mostre, concerti, buoni alberghi e accoglienza raffinata. Il mare cè, per il resto cè ancora tanto da fare. E si può fare tanto, basta attrezzarsi adeguatamente e volerlo davvero.