"A forza di gridare 'al lupo, prima o poi il lupo arriva, vogliono uccidere il teatro" Anche i loggionisti gettano la spugna, addio allabbonamento, il prossimo anno andranno al Regio di Torino Occorre una guida che dia serenità e fiducia, se renderà giustizia al teatro per me andrà benissimo Come il dottor Lemuel Gulliver, svenuto sulla spiaggia, legato da mille lacci e lacciuoli, da mille lillipuziani. Il Carlo Felice sembra un gigante stordito, approdato su questa riva nel 1991, quando venne inaugurato nella sua mastodontica modernità. Un labirinto in verticale, di corridoi bianchi, porte metalliche, ascensori veloci, un cuore nella macchina scenica ancora allavanguardia dei teatri europei. Eppure sembra che quella sala bombardata nel '43, con il tetto sfondato e le macerie sul fondo, con i nervi scoperti dei palchetti bruciacchiati, non sia mai stata ricostruita. Arriverà il commissario, Giuseppe Ferrazza, inviato dal ministero, a provare a slacciare quei mille nodi. Ma, dentro la pancia del teatro, nessuno lo vuole. A parte il direttore principale del teatro, Daniel Oren, che apprende la notizia della nomina da noi: «Amo Genova e il suo teatro. E la cosa più importante è il bene del Carlo Felice - dice - se chi arriverà farà del bene del teatro, e gli renderà giustizia, per me andrà benissimo. Il Carlo Felice ha maestranze di livello eccellente. Occorre una guida che sappia dare serenità e fiducia ai lavoratori». Sul commissario, però, lintonazione si perde: «A gridare al lupo al lupo, alla fine il lupo arriva», dice un orchestrale. Non lo vogliono i musicisti, i coristi, i tecnici, glimpiegati. «Perché un commissario? Qui vogliono uccidere il teatro. A noi serve un sovrintendente che programmi, non un commissario che stia sei mesi, usi i pieni poteri che ha, e poi vada via», dicono a una voce. E poi: «Il commissario può fare tutto, anche sciogliere la Fondazione». Non lo vogliono gli abbonati e i melomani. Non lo vogliono i sindacati. «E illegittimo - tuonano i rappresentanti autonomi dei lavoratori, Fials, Snater e Libersind - il commissario, dice la legge, deve arrivare se ci sono gravi irregolarità amministrative oppure se la situazione patrimoniale è intaccata del 30 per due stagioni consecutive. Al Carlo Felice non cè nulla di tutto questo. Faremo un esposto alla Procura». Non lo vorrebbe neppure il sovrintendente uscente Gennaro Di Benedetto, che avrebbe preferito, dice, «lasciare il teatro in mano a un sovrintendente, non a un commissario. Così, è un ritorno al passato». E dire che candidati che si erano, informalmente, fatti avanti ce ne sono stati: da Fontana a Ernani a Escobar. Tra i sindacati e Di Benedetto era stato amore a prima vista, nel febbraio 2003. Ma la vita è stata dura, le battaglie sindacali aspre, i problemi difficili da spiegare a chi passa accanto al torrione o siede in platea: la battaglia per il Fondo pensioni, i tagli agli organici, una direzione che ha puntato sul risanamento economico, con metodi industriali, mentre i lavoratori frenavano «questo è un teatro dellopera, non unazienda». Perché il Carlo Felice è un castello kafkiano. «Ogni settore ha sue "leggi" - dice Andrea Lumachi, primo contrabbasso dellorchestra - che sono difficili da scardinare. E dentro ci sono regni e feudi che non verranno mai espugnati». Sono stufi, in orchestra. E anche nel coro. «Sono costretto a studiare nel vano del montacarichi, perché non ci sono più aule studio - dice Lumachi - gli spazi che cerano sono stati appaltati a una scuola di danza, e il tredicesimo piano è come se lavessero tagliato via». La scuola Luccoli Danza, diretta da Angela Galli, lavora dentro il Carlo Felice, paga laffitto e "presta" ballerini, quando le produzioni lo richiedono. Orchestra e coro, da tre anni, convivono al quindicesimo piano: «Ma non ci stiamo», dice Lumachi. E poi: «Riflettiamo: da Escobar in poi, al Carlo Felice sono arrivati sovrintendenti e direttori artistici "al debutto". Nessuno lo era mai stato prima, ad eccezione di Paolo Arcà (che un anno e mezzo fa se nè andato, ndr). Cosa siamo, una nave scuola? E ora anche il commissario». Elisabetta Garetti suona con i Berliner: è stata violino di spalla al Carlo Felice, fino al 2006. Poi ha sbattuto la porta. «Ho chiuso perché i miei contratti venivano cambiati in continuazione - spiega - e depauperati. E il sovrintendente esigeva che non partecipassi a concorsi e manifestazioni internazionali extra teatro, che normalmente vengono concesse, perché danno pregio e visibilità ai teatri di appartenenza dei professionisti». «Per un ritardo a una prova - racconta - di ritorno da una di queste trasferte, mi sono ritrovata una sospensione di dieci giorni: adesso farò causa». «In quattro anni sono cambiati quattro direttori del personale, cinque direttori degli allestimenti scenici e anche tre direttori artistici. Tutti se ne vanno», dice Lo Gerfo. A stringere fino alla cancrena i nodi, è stato larrivo del direttore Daniel Oren. Amato da parte dei musicisti, scomodo per Di Benedetto, per nulla osannato da molti degli abbonati. Loperazione Oren doveva rispondere alle richieste degli artisti: avere un direttore stabile per poter lavorare continuativamente. Invece è stata una bomba ad orologeria, per le richieste di spazio di Oren contro la salvaguardia dei confini imposta da Di Benedetto. Il gigante è immobilizzato. Lo hanno abbandonato anche i "loggionisti". Parte degli abbonati storici. «Sciopero», dice infervorato Alberto C., fedelissimo dellopera di Genova. Hanno già fatto gli abbonamenti al teatro Regio di Torino e organizzato un pullman che li accompagnerà in piazza Castello e li riporterà a casa a fine spettacolo. Hanno scritto una lettera al sovrintendente, per spiegargli il perché. «Laccoppiata Oren-sindacati autonomi è stata un disastro - dice Alberto - noi ce ne andiamo». Mille lacci. E il gigante è sempre più solo.