Come quello che vide la chiesa di via Squarcialupo coinvolta nel sacrilego quanto maleodorante "giallo" di quattro mesi fa, quando vennero ritrovate interiora di agnello sulla tomba di Blasco Lanza custodita nella cripta. Luogo della memoria la consideriamo di sicuro molti degli ex alunni della vicina scuola media Vivona, visto che in qualche modo la praticammo quando essa mostrava evidenti gli squarci delle bombe del 43. Perché alla svolta del 1950 nulla aveva occupato completamente lo spazio della polverizzata navata sinistra. E dal varco rimasto a molti affamati del tempo era stato facile portar via quanto non era stato possibile porre in salvo altrove. Ci entravano tanti ragazzini malvestiti che, quando ne uscivano, avevano sempre qualcosa in mano. Grossi sassi colorati o pezzi di presumibile stucco bianco. Sicché il tempio domenicano rimase anche per chi scrive, in tanti anni da aspirante palermitanista, il massimo esempio di una nostra chiesa spogliata e dissacrata. Finché non sopraggiunse, quasi sconvolgente, la notizia di unenorme perdita dopere darte, inimmaginabile. Mancava un anno al cambio di millennio e allora apprendemmo dai giornali che nel tempio erano venuti a mancare in un sol colpo due straordinari beni culturali: laltare maggiore in legno marmorizzato, scolpito e decorato doro, e la sottostante splendida scalea settecentesca in tarsie marmoree. Due realtà che campeggiano ancora insieme, ma solo in fotografia, nel noto volume di Anthony Blunt sul barocco siciliano. Sulla stampa quotidiana e periodica scoppiò il finimondo. Ne seguì un dibattito rovente cui partecipò il fior fiore dei nostri intellettuali. La notizia ufficiale fu che i due beni erano stati tolti dalla navata principale per essere restaurati e infine per esservi ripristinati, nello stesso posto, "statu quo ante". Il latino pare fosse allora arrivato dalla Soprintendenza ai Beni culturali. Dunque una scomparsa che non è nemmeno da paragonare a quella del quadro di scarso valore venuto meno alla chiesa, probabilmente in una notte della scorsa Settimana santa. Forse a opera degli stessi vandali che hanno gettato i resti animali decomposti nella cripta Lanza. Nel sepolcreto sontuoso che è unaltra delle meraviglie di Santa Cita ma che, pure sottratto allantico degrado, presenta anchesso almeno un particolare curioso. Quello costituito dal fatto che il sarcofago malchiuso di Blasco Lanza, padre della Baronessa di Carini, grava irrispettosamente sul delicato profilo alabastrino di una giacente, anchessa, per così dire, soggetta a quel patrizio dalla spada facile. Ma per tornare al 1999 e alla rimozione di scalea e altare, non si può non ricordare che tra gli intellettuali che condannarono laccaduto ci fu anche la professoressa Teresa Pugliatti. Nota e apprezzata docente universitaria di Arte medioevale e che, in una lettera inviata a Salvare Palermo, non esitò a definire «uno scempio» quanto era avvenuto. Precisando anche su altre pagine che, a suo parere, tutto nasceva dalla necessità di ottenere unampia piattaforma sulla quale lofficiante potesse portare a termine più comodamente il suo uffizio. Per fortuna, adesso, almeno uno dei preziosi elementi scomparsi, e cioè laltare maggiore, tanti palermitani lo abbiamo rivisto con gran piacere. Nella stessa chiesa e molto ben restaurato, anche se niente affatto al posto di prima. Per questo viene forse più arduo prevedere che possa tornare al suo antico posto, "statu quo ante", la scala barocca. Dei cui resti, ad eccezione del primo gradino sul davanti della piattaforma, non pare che a Santa Cita rimanga traccia. A meno che non si voglia prendere in considerazione uneventualità azzardata ed estrema, tutta da dimostrare con precisa perizia da esperti in merito curiosi. La remota eventualità cioè che i restanti gradini possano essere stati, per così dire, adattati per realizzare nel tempio una qualche fastosa variante. Ipotesi da brivido. E tuttavia perché non continuare invece a sperare che certe vie del ripristino possano davvero essere infinite?
PALERMO - furti, raid, sparizioni: i gialli di Santa Cita
Nel 1999, la chiesa di Santa Cita a Palermo è stata vittima di un saccheggio e di una vandalizzazione. Sono stati rubati due beni culturali: l'altare maggiore in legno marmorizzato e decorato d'oro, e la scala barocca in tarsie marmoree. La notizia è stata diffusa sulla stampa quotidiana e periodica, e ha scatenato un dibattito tra gli intellettuali. La scomparsa è stata attribuita alla Soprintendenza ai Beni culturali, che ha affermato che i beni sono stati rimossi per essere restaurati e poi ripristinati nello stesso posto.
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