Nell'ambito della conferenza internazionale su Turismo e Cultura, che si è svolta nei giorni scorsi nei locali del Circolo Ufficiali a Palermo, sono emersi interessanti spunti di dibattito a proposito del famoso conflitto insanabile tra valorizzazione e conservazione del bene patrimoniale. Più specificatamente, si è parlato anche della fruizione e della tutela dei teatri antichi di Sicilia. Sono stati citati i casi della Rocca di Cefalù e del Teatro Greco di Siracusa, palcoscenico prestigioso da quasi un secolo del ciclo delle rappresentazioni classiche dell'Istituto Nazionale del Dramma Antico. Si è convenuto che la vera chiave di lettura ai fini di un migliore utilizzo dei siti di pregio storico e archeologico sia quella della "coerenza dell'uso". Di questo avviso sono stati sia il professor Michele Buffa del Dipartimento dei Beni Culturali di Palermo, che il professor Girolamo Cusimano dell'Università di Palermo. «E' innegabile, in Sicilia abbiamo una cultura oserei dire vagamente feticista in fatto di conservazione dei beni - ha esordito Cusimano -. Qui i teatri antichi non sono vissuti nella loro completa funzione originale, che non era quella di essere visitati. Penso che il conflitto tra tutela e valorizzazione del sito debba essere presto sanato. Bisogna chiedersi, allora, che ruolo può avere la tutela per una valorizzazione con finalità turistiche, quindi, economiche?». Alcune osservazioni sugli interventi. Cusimano si è soffermato sulla problematizzazione dei concetti di tutela e valorizzazione. «Non bisogna pensare alla valorizzazione turistica solo come tutela di un valore di tipo economico ma anche di tipo etico in quanto la dimensione di tale valore è goduta appieno da tutta la società. Lo stesso esempio potrebbe essere quello della scuola, un bene da tutelare e valorizzare ma che non necessariamente deve dare un risultato in termini economici. La valorizzazione è sicuramente una operazione che, nel caso Sicilia, deve partire dalla tutela per arrivare a un valore economico, ma ben valutato per evitare quegli assurdi per cui attraverso la valorizzazione distruggiamo la tutela». L'eterno conflitto siracusano: valorizzazione o tutela del teatro greco? «Ogni città siciliana ha un punto dolente. Cefalù, per esempio, ha la Rocca. Ci sono beni così carichi di simbolicità per la comunità per i quali non si riesce a trovare un punto di equilibrio nell'azione. Qualunque azione sembra inadatta. Non credo ci sia una soluzione in assoluto. Né la soluzione va addebitata alla comunità, perché sarebbe conflittuale in assoluto, né a un punto di vista esperto perché entrerebbe subito in conflitto con la varietà di posizioni dentro la comunità. Diciamo che non c'è una risposta. Il problema dei teatri antichi è molto delicato di per se. Si va dalle posizioni più estreme che precluderebbero l'uso per qualsiasi attività per le quali tali luoghi non sono stati costruiti. E c'è invece chi li vorrebbe utilizzare come contenitori per qualsiasi attività. Naturalmente questo non è possibile. Allora occorre la coerenza dell'uso del sito, trovare delle misure attraverso le quali il valore economico va rigidamente controllato: se abusiamo distruggiamo il bene, se non lo usiamo lo distruggiamo lo stesso. Perché la tutela costa. E la comunità ha anche il diritto di sapere da dove provengono questi soldi per la tutela, tranne nel caso in cui la comunità sia così ricca da potersi permettere che un bene venga manutentato e tenuto fuori da qualsiasi logica di mercato. Personalmente, sono per la storicità, qualunque oggetto con cui abbiamo rapporti è un prodotto della storia ma la storia è sempre contemporanea. Poiché questo oggetto ha avuto la fortuna di sopravvivere e di essere compagno di viaggio, deve esserlo veramente, assumendocene noi tutte le responsabilità. Nei teatri gli antichi vi facevano di tutto e non erano rispettosi come lo siamo noi oggi. Però, se lo danneggiavano, poi lo ricostruivano».