Il patrimonio culturale italiano potrebbe diventare una risorsa fondamentale per il rilancio del Paese? Difficile trovare risposte negative. Questa convinzione è uno dei pochi temi che più mettono d'accordo le diverse componenti della classe dirigente, pubbliche e private, di destra e di sinistra, del Nord e del Sud. Ma quando si tratta di passare dal dire al fare le cose si complicano notevolmente. Basta ricordare alcuni dati che sono sotto gli occhi di tutti. Si dice che l'Italia abbia il 60-70 del patrimonio culturale mondiale, eppure abbiamo i centri storici più belli e numerosi assediati da periferie urbane tra le più brutte; coste tra le più suggestive in gran parte cementificate; più di metà del territorio vincolato ma un abusivismo edilizio massiccio. E ancora: come è possibile che abbiamo tanti libri, biblioteche preziose e musei, ma i nostri livelli di lettura sono bassi, e i nostri laureati così poco numerosi nel confronto con altri paesi avanzati? E che dire della cultura civica? Insomma, è evidente che non riusciamo a impiegare bene il patrimonio culturale che la storia ci ha lasciato. Ma che cosa si può fare in concreto? Questa domanda difficile torna in mente a proposito dell'intervento di Ernesto Galli della Loggia, sul Corriere della Sera di martedì scorso, al quale hanno fatto seguito due risposte: quella del ministro per la Cultura Sandro Bondi e del ministro del governo ombra Vincenzo Cerami. Galli ripropone il tema della cultura come grande risorsa per dare una scossa al Paese, per ridare fiducia e riprendere un cammino che rischia di interrompersi. Per farlo, occorre mettere al centro dell'attenzione il Sapere, il Passato e la Bellezza come cuore dell'identità italiana. Un compito importante specie per i ministri dell'Istruzione e della Cultura, da declinarsi non solo in chiave economica, ma di progetto politico. Il tema è suggestivo e l'obiettivo generale condivisibile, ma porlo ci riporta all'interrogativo precedente: come si può procedere concretamente per questa strada? Su questo terreno il botta e risposta tra Galli e i suoi interlocutori resta in realtà ancora troppo generico. Un modo per fare qualche passo avanti potrebbe essere quello di partire dalle città, come proponeva anche Innocenzo Cipolletta nel suo intervento sul Sole 24 Ore del 25 luglio. L'Italia è un Paese di città ed è nelle città che si racchiude la parte più consistente del patrimonio culturale. Un pezzo importante della strategia della cultura come risorsa potrebbe allora partire proprio da qui. Valorizzare i beni culturali, in questa prospettiva, assume diversi significati. Vuoi dire anzitutto fare del restauro, della conservazione e della fruizione dei beni un'occasione di crescita di attività formative altamente specializzate, legate all'impiego delle nuove tecnologie (dal laser, alle nanotecnologie, all'informatica applicata ai beni culturali). Un'opportunità cruciale per trovare una nicchia specifica e costruire un polo di competitivita a livello internazionale nel settore hi-tech, nel quale il Paese è particolarmente debole. Ma vuoi dire anche - indirettamente - favorire la presenza di soggetti creativi e innovatori - italiani e stranieri - per i quali l'accesso meglio organizzato a musei, biblioteche, archivi diventa fonte di ispirazione per produzioni di beni o servizi legati a valori simbolici che alimentano il design e la qualità dei prodotti: dal sistema moda alla pubblicità, alla produzione di nuovi media. Ancora, valorizzare i beni culturali vuoi dire per l'Italia promuovere un turismo di qualità, che può accettare costi più elevati non solo perché accede a beni non riproducibili, ma perché riceve servizi di qualità. Insomma, come ha scritto Lewis Mumford parlando di Firenze (ma il discorso si può riferire a tanti altri centri del nostro Paese), «in nessun'altra città vi è tanto "utile passato" da usare attivamente». Bisogna però saperlo fare. E questo richiede una visione più ampia, una strategia. Tutto si tiene infatti nelle città. È impossibile valorizzare i beni culturali per l'innovazione o per il turismo senza alzare la qualità sociale complessiva: ridurre l'inquinamento, organizzare più razionalmente il traffico e i trasporti collettivi, migliorare la qualità dei servizi e la sicurezza, evitare 10 svuotamento delle residenze e degli esercizi storici nelle zone centrali, riqualificare le periferie degradate. Naturalmente, di fronte a impegni così complessi è facile aspettarsi l'obiezione che mancano le risorse. Certo, in questo momento le risorse pubbliche sono scarse, ma è un vincolo insormontabile? Anzitutto, occorre tenere presente che una parte non trascurabile dei problemi di governo delle città, specie di quelle particolarmente dotate di beni culturali, è organizzativo prima ancora che economico. Ha cioè a che fare con la frammentazione delle competenze e dei poteri e con l'auto-referenzialità delle diverse istituzioni - Comuni, Province, Regioni, strutture decentrate dello Stato come le sovrintendenze, ecc. Da questo punto di vista, una strategìa politica forte, che miri a una scossa, e a fare della cultura l'asse del rilancio, deve porsi il problema di meccanismi premiali intelligenti che promuovano fortemente la cooperazione interistituzionale e quella tra pubblico e privato, anche attraverso un'utile concorrenza tra le città; un grande programma nazionale per le città che premi progettualità integrata e responsabilizzazione delle classi dirigenti locali. Quanto alle risorse, un maggiore coinvolgimento del privato nella qualificazione delle città e nella valorizzazione dei beni culturali è indispensabile (dal project financing, al coinvolgimento nella gestione dei beni, agli sgravi fiscali per donazioni). Ma deve avvenire in quadro di tutela degli interessi pubblici solido e ben definito. Detto questo, è anche vero che non si possono fare le nozze con i fichi secchi. Nonostante il suo maggiore patrimonio, l'Italia spende per la cultura e per l'università meno dei principali Paesi europei. I tagli di molte spese correnti sono necessari, ma questo dovrebbe accompagnarsi a un progetto, a una capacità di non tagliare alla cieca, di selezionare gli obiettivi su cui puntare e su cui avere il coraggio di investire addirittura di più. Senza un progetto - in questo Galli ha ragione - potremo continuare a parlare a lungo, ma inutilmente, di cultura come risorsa cruciale per il Paese.