La triste conclusione (provvisoria) della vicenda del Carlo Felice è il risultato di una serie di errori e, paradossalmente, di buone intenzioni da parte soprattutto della sindaco. La situazione interna al teatro era ed è tale che svuotare di autorità il sovrintendente, senza avere pronte soluzioni alternative, ha significato aprire un vuoto di potere che Marta Vincenzi si è forse illusa di riempire di persona, ma che, di fatto, ha dato fiato alle forze più corporative interne al teatro. Come spesso succede, se non cè una buona diagnosi, è difficile che ci sia una efficace terapia. Vincenzi si è illusa di addomesticare col proprio carisma i sindacati autonomi del Carlo Felice, credendo che la rivolta fosse causata dallo stile burbero del sovrintendente, mentre era una lotta di potere (oltre che di soldi) per il controllo del teatro. «Così ho salvato il Teatro Regio di Torino quando era in acque peggiori del Carlo Felice» racconta Elda Tessore, già commissario e sovrintendente dellente teatrale. Intanto una sentenza del Tribunale del Lavoro che impone al Teatro dellOpera genovese di far fronte a circa cinque milioni dovuti dal fallito Fondo pensioni a un gruppo di dipendenti. a sindaco non ha capito che una endemica conflittualità (diffusa in tutti i teatri) ha fatto da ultimo, a Genova, un salto di qualità. Ha creduto che la colpa fosse del carattere difficile di Di Benedetto. Anche la sua nota di questi giorni (che parla di "relazioni umane" difficili) ribadisce questa lettura debole dellaccaduto. Ripercorriamo i fatti. Lo scorso anno il Carlo Felice, alla ricerca di un assetto artistico più stabile, contatta direttori che possano fare da guida e orientamento. Viene proposto a Bruno Bartoletti, uno dei migliori maestri italiani in assoluto, di diventare il direttore musicale emerito del teatro. Più o meno contemporaneamente viene ingaggiato Daniel Oren con un contratto importante di direttore principale. Poco dopo, di Bartoletti sparisce anche il nome e Alberto Triola, eccellente direttore artistico, rassegna le dimissioni. Oren rivendica per sé maggiori competenze. Il sovrintendente resiste. Cominciano gli scioperi duri e sistematici per i più diversi motivi. Cosè successo? Azzardiamo una risposta. E successo che Daniel Oren (in unoggettiva convergenza di interessi dovuta alla situazione, più che per una programmatica volontà) è diventato un punto di riferimento autorevole e prestigioso per quelle rappresentanze sindacali che puntavano da tempo a un diverso governo del teatro, in cui reclamano un ruolo più forte. Larrivo di Oren ha dato a queste sigle la spinta e la forza che prima non avevano a sufficienza. I sindacati sanno bene che le risorse per i teatri e i loro lavoratori sono e saranno sempre meno e che quindi sarà difficile perfino mantenere (non si dice migliorare) i profili economici e giuridici sinora ottenuti. Per gli autonomi, cè un solo modo per farcela: contare il più possibile nel teatro, condizionarne le scelte artistiche, influire sul suo governo quotidiano, sulle carriere interne, sulle nomine, sullorganizzazione del lavoro. Sanno che sarà difficile. Ma intravedono una possibilità prima insperata. E una scommessa politica che ha un prezzo altissimo, forse insostenibile, per il teatro. Ma, questa volta, gli autonomi hanno una carta in più. Prima, si sarebbe potuto obiettare loro che non avevano i requisiti artistici, culturali, personali per guidare il teatro o perlomeno per influire fortemente su di esso. Ora, indicando Oren, possono sostenere che ce lhanno. Il maestro, che hanno di fatto eletto a loro leader e bandiera, può essere luomo che, con la sua competenza e conoscenze, garantisce la qualità del (co)governo sindacale del teatro. Poiché Di Benedetto si oppone, per vincere occorre la testa del sovrintendente. Quando cè un forte sindacato generalista, si trova per lo più un punto intermedio tra la difesa dei diritti degli addetti e le esigenze della collettività. Lo si è trovato, a un certo momento, al Carlo Felice, quando si è sottoscritto un accordo con i confederali. Ma laccordo, lo si ricorderà, viene respinto dagli autonomi, e la sindaco e Di Benedetto commettono lerrore di scavalcare i sindacati nazionali e concedere una simbolica vittoria ai loro rivali, che hanno lultima parola in sede di contratto. Con la sconfitta dei già deboli (numericamente) confederali, è finita la speranza di una gestione pacifica e condivisa del teatro. Laccordo con i confederali doveva essere il punto limite e non negoziabile. La paura di ulteriori scioperi è stata decisiva. Le decisioni prese senza crederci e sotto scacco sono quasi sempre sbagliate. E peggio ancora sono le indecisioni. A questo punto, perché gli autonomi dovrebbero fermarsi? Il loro potere è cresciuto e il popolare direttore su cui si sono appoggiati è ancora al suo posto (tre opere su sette), mentre il suo e loro avversario, il sovrintendente, se ne deve andare, anche se tutti sanno che la sua gestione è stata una delle più felici sotto il profilo economico e artistico. La sindaco, che di fatto ha tenuto il timone dello sbandato teatro negli ultimi mesi di precommissariamento, non ha voluto decidere quando, forse, ancora poteva. Ora, non sa più che pesci pigliare. O meglio, lo sa benissimo, ma non se la sente, e rinuncia al controllo della città sul teatro, invocando un commissario governativo che possa fare quello che nessuno, neppure lei, ha saputo fare sinora. Dopo tante non scelte, una decisione per non decidere direttamente. Speriamo che sia quella buona.