Dal 1996 al 2006 accumulati 761 milioni di residui passivi Il ministero dei Beni culturali possiede un "tesoretto" ma non lo sa. E chi lo sa, continua a non utilizzarlo. Si tratta di 1,3 miliardi di euro, frutto di residui passivi, risorse transitate nelle contabilità speciali e fondi mai spesi da parte degli istituti autonomi. Stanno lì da tempo e per anni non hanno fatto che crescere. Beninteso, non è certo con tali cifre che si può pensare di risolvere i problemi strutturali del ministero. Né, tanto meno, quelle disponibilità rendono giustificabili gli attuali tagli al budget ministeriale. Sta, però, di fatto che quei soldi ci sono. A disposizione di chi riesce a spenderli. I fondi di utilizzo immediato sono quelli depositati nelle contabilità speciali. A inizio dell'anno erano oltre 447 milioni, risultato di finanziamenti ricevuti per esempio, per ristrutturare un'opera e mai utilizzati nel corso degli anni dalle direzioni regionali e dalle soprintendenze. Perché quei soldi non andassero perduti, il ministero li ha spostati nelle contabilità speciali e lì continuano a giacere. Anche se, avverte Maddalena Ragni, responsabile della direzione generale della programmazione e del bilancio del ministero, «sono soldi che hanno provenienze diverse: una parte sono somme solo di passaggio, altre risultano nella disponibilità di terzi. Ci sono poi le risorse su cui possiamo intervenire e periodicamente effettuiamo un monitoraggio per individuare i motivi per cui sono bloccate. Una delle cause riconosciute è la difficoltà delle soprintendenze ad appaltare i lavori: prima che un cantiere apra trascorrono anche due anni, complice una certa puntigliosità della normativa. Senza contare il contenzioso che spesso ne scaturisce. Si tratta, ovviamente, di tempi poco compatibili con quelli contabili. Anche con l'ultima Finanziaria, tuttavia, ci siamo attivati per riprogrammare le somme non spese». Alle contabilità speciali si aggiungono i fondi a disposizione dei poli museali autonomi. Il caso più emblematico è quello di Pompei: una situazione piuttosto compromessa tanto che il ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, ha nominato un commissario ma con riserve in cassa per 50 milioni. Complessivamente, i fondi non utilizzati dagli istituti autonomi a inizio anno ammontavano a 128,6 milioni. «È la conseguenza della nostra autonomia finanziaria precisa Angelo Bottini, direttore della soprintendenza archeologica di Roma, che ha in cassa 36 milioni . Sul nostro conto entrano continuamente i soldi dei biglietti, che gestiamo autonomamente (solo il 20 va versato allo Stato) e questo rende possibile l'attività di capitalizzazione. Come un'impresa privata, generiamo risorse giorno per giorno, che alimentano il nostro budget». Infine, ci sono i residui passivi che si sono stratificati sulle spese per investimenti: al 2006 si trattava di 761 milioni. Nel 2004, però, avevano toccato quota 930 milioni, come mette in evidenza uno studio realizzato da Franco Bucci, già capo dell'ufficio per il coordinamento della finanza pubblica presso la presidenza del Consiglio e in passato consulente di strutture di governo dei Beni culturali. La ricerca, effettuata sui rendiconti generali dello Stato dal 1996 al 2006 (l'ultimo disponibile), evidenzia che in quei dieci anni il ministero ha dimostrato scarse capacità di spesa, perché seppure con andamento altalenante i residui passivi riferiti alle sole spese dei Beni culturali (esclusi, dunque, i settori dello spettacolo e dello sport) ci sono sempre stati. E consistenti. Il quadro che viene fuori è quello di un'amministrazione sempre più in difficoltà. Lo dimostra ci si riferisce sempre ai Beni culturali "in senso stretto" l'andamento delle spese per i consumi intermedi: erano 142 milioni nel 1996, sono diventati 97 nel 2006. Per strada si è perso il 32 della capacità di intervento, frutto dei continui tagli al bilancio. Che tradotto in pratica, significa avere sempre meno soldi per le bollette, per la carta, per la sicurezza dei luoghi d'arte. Nonostante questo, si continua a tagliare.