Sul numero dell'aprile 1905 della rivista «Emporium» Corrado Ricci, l'allora soprintendente ai monumenti di Ravenna e direttore delle Gallerie di Firenze, inaugurava una rubrica dal significativo titolo "Per la bellezza artistica d'Italia", con una dura requisitoria verso gli attentati compiuti contro «le cose dell'arte e di natura che fanno bella e famosa la nostra patria». Occorreva, dunque, vigilare e impegnarsi in quanto «si eleva da qualche tempo una pericolosa reazione, che in nome dell'industria, dell'igiene, della comodità pubblica, attenta a cose che sinora pel loro splendore parevano sacre». E portava gli esempi del tentativo di apertura di una breccia nelle mura di Lucca, della volontà di deviare le acque che alimentano la cascata delle Marmore e dell'abbattimento della pineta storica di Ravenna. Ci si trovava allora in un tornante decisivo di quella stagione ormai dominata dalla personalità politica di Giovanni Giolitti, avviata a realizzare una serie di riforme amministrative, fiscali, economiche, sociali, decisive per accompagnare lo squilibrato, eppure reale, ingresso del Paese nella moderna dimensione delle democrazie industriali europee. E un pubblico funzionario, qual era Corrado Ricci, di lì a un anno nominato alla direzione generale delle Antichità e belle arti, avvertiva l'esigenza di farsi portavoce di una corrente di opinione, sempre più vigorosa negli ambienti intellettuali italiani, orientata a valorizzare tutto quanto appartenesse a un'idea "alta" di patria da onorare con il rispetto dei beni dell'arte e della natura che ne formavano la trama intrecciata della memoria storica, della coscienza del presente e delle aspettative del futuro. Sembrava, dunque, giunto il momento nell'«Italietta» giolittiana di mettere da parte la disputa ideologica tra liberisti e vincolisti relativa al diritto di proprietà nel campo delle opere artistiche, che aveva per un quarantennio paralizzato l'attività legislativa e consentito ogni sorta di scempio e di speculazione commerciale. A tutto vantaggio, al contrario, della consapevolezza dell'urgenza di competere con gli altri Stati non certo sul terreno della potenza industriale e militare; bensì consolidando una forte fisionomia nazionale capace di innestare sui miti risorgimentali la assai più lunga e luminosa vicenda, fatta di sedimentazioni culturali immerse nella storia millenaria degli uomini e delle cose della nostra penisola, che poi era stata parte non piccola del faticoso convergere degli italiani verso un collettivo sentire di appartenenza unitaria. Fatto questo clima che maturo, dopo una prima inefficace esperienza normativa nel 1902, la legge del 1909 «Per le antichità e le belle arti», fermamente voluta dal ministro della Pubblica istruzione Luigi Rava, e che avrebbe rappresentato un punto fermo, ideale e operativo, per l'azione di tutela del patrimonio artistico (e in prospettiva naturalistico) svolta dalla Stato fin quasi a lambire i nostri giorni di acceso dibattito in materia. Appare, quindi, quanto mai opportuna l'accurata ricostruzione compiuta da Roberto Balzani del defatigante dibattito parlamentare che la precedente, in un volume ricco di un apparato documentario in grado di far penetrare nei risvolti di un lavoro legislativo prodotto da personalità politiche di profonda competenza tecnica, coadiuvate da una burocrazia partecipe dell'interesse collettivo da salvaguardare e sensibili, le une e l'altra, alle domande migliori provenienti dalla società. Una società ormai ostile, pur di fronte alle pressioni dei tanti interessi materiali colpiti da simili scelte, a far prevalere in questo specifico settore le regole del "mercato". Come sottolinea autorevolmente nella Presentazione il presidente del Senato, Marcello Pera, quando spiega che i suoi colleghi di allora «non se la sentirono di sacrificare sull'altare di un principio assoluto già compromesso, peraltro, da una cultura amministrativa, pure di marca liberale, che guardava al "pubblico" i vantaggi simbolici, pedagogici, culturali e morali connessi alla conservazione del "patrimonio". L'interesse nazionale prevalse sull'interesse privato». Anche perché questa urgenza di tutela avvertita dalla maggioranza dei parlamentari ed è notazione, colta con intelligenza dall'autore, che la dice lunga sulla consonanza di quegli uomini con il loro tempo si collegava alla percezione che l'irrompere, in quegli anni iniziali del '900, delle avanguardie artistiche europee facesse risaltare la irripetibile specificità dei beni culturali prodotti dalla tradizione storica italiana: quando, cioè, «la differenza delle nostre arti sono parole del relatore della legge, il deputato Giovanni Rosadi volte alla ricerca inquieta e mobilissima di nuove forme e di nuove visioni, ha reso rare e incomparabili nel loro pregio definitivo le antiche creazioni, [allora] è spontaneo e doveroso difenderle». "Le le belle arti. La legge n. 364 del 20 giugno 1909 e l'Italia giolittiana», II Mulino, Bologna 2003, Collana dei dibattiti storici in parlamento a cura dell'Archivio storico del Senato della Repubblica, pagg. 564, 38,00, con allegato un cd di documentazione.
Per i beni dell'Italietta
Nel 1905, Corrado Ricci, allora soprintendente ai monumenti di Ravenna e direttore delle Gallerie di Firenze, pubblicava una rubrica in cui criticava gli attentati contro le cose dell'arte e di natura che facevano bella e famosa l'Italia. Ricci chiedeva di vigilare e impegnarsi per proteggere la bellezza artistica del paese. In quel periodo, Giovanni Giolitti era al potere e stava realizzando riforme amministrative, fiscali, economiche, sociali e decisive per l'ingresso dell'Italia nelle democrazie industriali europee.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo