Perché, tra tre anni, al metrò dell'arte, il gioiello per vagoni che il mondo ci invidia, se i tempi di realizzazione saranno rispettati, si aggiungeranno tre stazioni dell'archeologia. Un percorso che comincia laddove ci sono gli scavi delle botteghe e delle case che la colmata di Carlo V sommerse per creare l'imponente Largo di Castello attorno al Maschio Angioino. Pare una Pompei moderna, a vederla dalla passerella ingombra delle borse pezzotte dei tappetari africani. Un pezzo di mattonelle di ciò che furono i bagni pubblici sotterranei. Pareti, tetti, cunicoli. Tutto questo diventerà lo spazio progettato da Alvaro Siza, il maestro portoghese. Qui ci sarà il grosso dell'esposizione a tappe. Le tre navi romane, le anfore, gli altri reperti che l'antico porto ha sottratto alle ingiurie del tempo e, saltando al Medioevo e risalendo poi per le dinastie, la Napoli angioina e quella che seguì e che fu. Qui è stato trovato di tutto e di più. Molto (assieme ad altro scavato altrove) andrà ad arricchire le vetrine del tunnel che collegherà, più su, la stazione Museo all'Archeologico. Una sorta di anteprima di preziosi frammenti alle meraviglie pompeiane. Oggi, tra deviazioni del traffico, gru, container è difficile immaginare scenari futuribili di piazza Municipio. Castelnuovo sarà sempre qui, dall'alto San Martino e Sant'Elmo veglieranno ancora come in una ridisegnata, ma eterna, Tavola Strozzi. È la cartolina per i turisti e per i napoletani, per chi viene dal mare e per chi va al mare. Ritorno all'Occidente, per far contento il presidente. Next stop Università. Qui il progetto di Karim Rashid e Sergio Cappelli prevede un contenitore multiculturale del contemporaneo: l'Ateneo con gli studenti, la Borsa con i leoni, la lama ottocentesca del Rettifilo che doveva risanare Napoli. In superficie l'omaggio alla cultura umanistica, nel sottosuolo l'età digitale. Ora in questo contesto dovranno inserirsi i reperti dell'età bizantina, la meno indagata della storia della città della sirena: i resti della muraglia con i bassorilievi dai militari che hanno perduto la testa, ma non il fascino di un'epoca di consoli, di logoteti, di duchi formalmente dipendenti dalla lontana Costantinopoli, greci che si difendevano, gotici che assediavano. Secoli bui, il cui legame con la romanità era mantenuto proprio dalle antiche pietre usate per costruire nuovi edifici, conservando tracce di trofei di guerra e prue di navi. Umanesimo, software e capitelli corinzi. Il futuro ha un cuore antico. Alla stazione Duomo l'integrazione tra il presente e quello che la terra ha restituito è già progettata. Il tempio risalente all'età imperiale, il porticato ellenistico dell'età Flavia, la pista da corsa del ginnasio sono stati riportati alla luce in tempo utile per rientrare nel ridisegno di piazza Nicola Amore realizzato da Massimiliano Fuksas. Ai reperti veri e propri saranno affiancati schermi con filmati didattici. Anche l'illuminazione avrà qualcosa di latino: tre lucernari tronco-conici che emergeranno dal livello stradale capteranno la luce del giorno, orientandola sui punti cardine dei resti del tempio e sulle discese ai binari. Ultima fermata Garibaldi, dove, come fiumi umani carsici, si incroceranno cinque stazioni (Napoli Centrale, Circumvesuviana, Alta Velocità e le due linee del Metrò) in una trama geometrica che comprenderà anche un centro commerciale, prismi e pergolati per sciogliere, laddove il passato non può dare una mano, l'aura già evanescente di un non-luogo per eccellenza.