Uno storico e critico d'arte sui generis, impostosi come organizzatore di mostre evento con punte di 600.000 visitatori, come «L'età di Van Gogh» che ha convogliato a Trieste un indotto di 15 milioni di euro. Marco Goldin, 42 anni - a capo di «Linea d'ombra», impresa con pochi e fidati collaboratori, che da Conegliano Veneto si occupa di attività espositive - personifica un caso unico in Italia: quello del promotore-manager culturale, capace di coniugare arte e business. E dopo il successo conseguito con la programmazione di mostre a Treviso, Goldin è stato recentemente ingaggiato da Brescia, con un contratto quadriennale di 12 milioni di euro. A Goldin abbiamo chiesto un'opinione sullo "stato dell'arte" a Napoli. E non solo. Quale è la sua impressione dell'attuale panorama artistico per il contemporaneo, a Napoli? «Sia da Torino che da Napoli emerge un fortissimo risveglio. Sono due città che hanno fatto passi in avanti giganteschi negli ultimi anni. Il concetto portante dell'operazione-piazza del Plebiscito mi piace. Sono favorevole alla contaminazione tra "cornici" storiche e linguaggi contemporanei, purché instaurata con garbo. Certo, l'assenza di un museo per il contemporaneo costituisce una carenza grave, ben tamponata, però, da una serie di palliativi. La posizione dominante di un critico, a Napoli, è speculare alla situazione nazionale. In Italia siamo abituati alle "parrocchie" e alle "province". Se Achille Bonito Oliva è stato individuato come consulente per il contemporaneo, perché non dotarsi di figure simili per altri settori dell'arte?». La sua è per caso una candidatura? «Non proprio, visti i precedenti! Tra fine 2001 e i primi mesi del 2002, contattato dal Comune, venni a Napoli in tre occasioni per definire il progetto e per valutare gli spazi per una mostra sulla falsariga de «L'oro e l'azzurro. I colori del Sud da Cézanne a Bonnard», attualmente in corso a Treviso. Un'esposizione sul viaggio lungo le coste del Mediterraneo dei grandi pittori nordeuropei, dalla metà dell'Ottocento fino agli espressionisti, con quadri di Renoir, Monet e Van Gogh, tra gli altri». Quali furono i suoi interlocutori? «Assieme all'assessore Rachele Furfaro ed altri funzionari del Comune, effettuammo due sopralluoghi a Castel dell'Ovo. Pervenimmo ad un accordo verbale, che soddisfaceva pienamente entrambe le parti. Successivamente presentammo un progetto completo al Comune e ci attivammo anche per ottenere i prestiti del caso da vari musei internazionali. Lavorammo sulla parola, convinti di adoperarci per un committente serio». Invece, cos'è stato del progetto di «Linea d'ombra»? «Dimostrata una certa urgenza nel chiudere il pacchetto-mostra, l'assessorato alla Cultura si è dileguato nel nulla. Ancora adesso non mi spiego i motivi di un comportamento simile da parte di un potenziale committente istituzionale, che non si è premurato di inviarci una lettera, né di comunicarci almeno telefonicamente un così repentino ripensamento. Mancanza di fondi? Da anni gli enti pubblici sono tra i nostri committenti, e non ho mai riscontrato problemi di sostanza e di metodo. Una metropoli, semmai, potrebbe disporre di fondi maggiori per la cultura. Ma se a mancare sono la volontà di seguire un progetto culturale sul lato politico e quella di pervenire a decisioni di carattere istituzionale...».