Donatella Trotta I napoletani che hanno buona memoria lo chiamano ancora «il museo che cammina». Perché all'epoca del Risanamento post-colera, a causa dell'ampliamento fineottocentesco di via Duomo, l'edificio rischiò di essere abbattuto; ma poi, grazie all'intervento e alle pressioni di intellettuali, artisti e personaggi illustri come Settembrini e Dalbono, venne invece smontato. Pezzo per pezzo. E rimontato, venti metri più avanti, con la stessa bella struttura che offre allo sguardo la sua facciata con un armonico bugnato toscano, punteggiata da finestre di piperno che danno luce a interni di notevole eleganza, ricchi di tesori del collezionismo privato documentati da volumi come quelli di Nadia Barrella. È costellata di aneddoti, colpi di scena e vicissitudini di vario segno la lunga e complessa storia del quattrocentesco Palazzo Como, sede dal 1882 del Museo Civico Gaetano Filangieri, una Fondazione privata su modello degli «Arts and Crafts Museums»: luoghi museali intesi come strumenti didattici e sedi di studio, ricerca e sperimentazione nel campo delle arti applicate. «Ma è una storia, anche, nel segno del paradosso: come il fatto che un museo che costa sui 400mila euro annui di gestione è chiuso da dieci anni», dice l'ingegner Giampaolo Leonetti, dal 2004 - su mandato del sindaco Rosa Russo Jervolino - direttore del Museo Filangieri, dopo essere stato soprintendente del Pio Monte della Misericordia. Non è di poco conto, la responsabilità che Leonetti si è addossato alla guida di un gioiello napoletano: «Un patrimonio negato alla pubblica fruizione - prosegue Leonetti - ma inventariato e riversato, dal 2005, in un sofisticato sistema informatizzato di gestione museale comprato in Svizzera, primo museo della Campania ad aver convertito agli standard moderni la schedatura dei suoi beni. Un altro paradosso. Come il rischio, previsto dall'atto di donazione del principe Gaetano Filangieri al Comune di Napoli, che se il Museo continua a restare chiuso i tesori in esso raccolti devono tornare agli eredi». Ma che cosa ostacola la riapertura al pubblico del palazzo, peraltro noto nella tradizione popolare come «'o Palazzo de' Monacielli», almeno stando alle superstizioni tramandate da chi lo abitò? «Più che una maledizione, la beffa degli ingranaggi della burocrazia», sottolinea Leonetti, che spiega: «Esistono due ordini di problemi. Il primo è legato agli stipendi dei custodi, sette comunali ma cinque dipendenti della Fondazione, tutti in regolare servizio per la manutenzione ordinaria e l'apertura e assistenza su richiesta di qualche studioso. Gli stanziamenti straordinari del Comune di Napoli, deliberati in misura decrescente dal 2005 ma erogati sempre con ritardo, non bastano più; e anche il fido bancario da me ottenuto lo scorso gennaio si sta esaurendo». E il secondo problema? «Riguarda la necessità di lavori di adeguamento del Museo (durata: due anni, costo 2 milioni e mezzo di euro da finanziamenti regionali del piano Pit-Por), senza i quali non si possono riaprire i battenti al pubblico. Ma l'ennesimo paradosso è che i fondi stanziati per il 2000-2006 sono stati revocati per decorrenza dei termini di presentazione del progetto, approvato in giunta comunale nel novembre 2006. E ora che c'è il progetto, siamo in attesa di nuovi stanziamenti Pit-Por per il 2007-2013». Leonetti è sfiduciato: «Il Madre - denuncia - costa 8 milioni di euro l'anno. Mi chiedo perché spendere tanto e qual è la logica di gestione di questa città che si vanta d'essere città d'arte». Getta acqua sul fuoco Nicola Oddati, assessore comunale alla Cultura: «Il sindaco tiene molto al Museo Filangieri, tant'è che continuiamo a erogare fondi straordinari: 250mila euro nel 2005, 235mila nel 2006 195mila nel 2007. I pagamenti avvengono a rendicontazione delle spese, come accade a tutti. Non possiamo agire in modo difforme, già per noi è un problema dare un contributo a un museo chiuso quando abbiamo musei aperti a cui non finanziamo tutti questi soldi. In attesa di verificare la possibilità di anticipare di qualche mese l'erogazione, sono ora prioritari i lavori di ristrutturazione, di competenza dell'assessore Laudadio: mi risulta che il progetto presentato sia stato già approvato nel piano Pit-Por 2007-2013». Chi vivrà, vedrà.
CAMPANIA - Filangieri, il museo che scompare
Il Palazzo Como, sede del Museo Civico Gaetano Filangieri, è stato chiuso da dieci anni a causa di problemi di gestione e mancanza di fondi. Il direttore del museo, Giampaolo Leonetti, sostiene che il problema principale è la mancanza di fondi per la manutenzione ordinaria e per i lavori di adeguamento del museo, che richiedono 2,5 milioni di euro. Leonetti accusa la burocrazia di ostacolare la riapertura del museo, che è noto come "il museo che cammina" a causa della sua storia di smontaggio e rimontaggio.
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