NON occorre un esperto di dittologia o di altre discipline affini per decifrare il nuovo Codice dei Beni culturali e paesaggistici che prende nome dal ministro Urbani: il provvedimento approvato ieri con un blitz della maggioranza, ignorando tutte le osservazioni e le proposte formulate dalle associazioni eco-logiste, è in pratica l'abrogazione della cosiddetta legge Galasso che nel 1985 segnò una svolta, per non dire una rivoluzione, nella politica ambientale italiana. Da una parte, infatti, il Codice Urbani tende a ridurre o addirittura ad annullare i vincoli paesaggistici, rendendo gran parte del territorio nazionale "zona franca". Dall'altra, elimina il potere di annullamento riconosciuto allo Stato sulle autorizzazioni rilasciate da Regioni o Comuni, trasformando il controllo "a valle" delle Soprintendenze in un parere puramente consultivo, da esprimere per di più nel breve termine di 30 giorni. In un colpo solo, si sopprime così un sistema di tutela che da vent'anni ormai funzionava "ope legis", automaticamente, riconosciuto dalla Corte costituzionale come pilastro portante della legislazione in materia: sulla base della legge Galasso, il vincolo non veniva emesso più caso per caso, con specifici decreti, ma esteso su "vasti arnbiti" di valore paesistico che concorrevano a costituire la morfologia del Paese. Per obiettività bisogna riconoscere che un tale regime, arrivando a coprire il 47 del territorio, rischiava spesso di risultare eccessivo o impraticabile. Non mancavano tuttavia ipotesi e proposte alternative, a cominciare da quelle suggerite dal Wwf, per affidare alle Soprintendenze il compito di revisionare tutti i vincoli e di proporre al ministero quelli da confermare con una congrua motivazione, sopprimendo di conseguenza gli altri. In questo modo, si sarebbe evitato almeno di fare "tabula rasa" della tutela paesaggistica. Anche nel caso del potere di annullamento la soluzione non era oggettivamente semplice. Ma piuttosto che eliminare qualsiasi controllo e qualsiasi veto da parte dello Stato, forse in nome di un malinteso federalismo che minaccia ora di suscitare in sede locale un "assalto alla diligenza", sarebbe stato meglio non escludere le Soprintendenze costringendole a esprimere un parere generico e non vincolante entro un mese. Mentre il relatore sulla sanatoria per gli abusi ambientali, il senatore Pino Specchia (An), annuncia dunque un apprezzabile ripensamento della maggioranza sulla depenalizzazione dei reati ambientali, la stessa maggioranza vara un Codice che prelude a nuovi illeciti e nuovi abusi generalizzati. Con una mano insomma si autorizza la distruzione futura del paesaggio e con l'altra si condona quella passata. Un fatto, purtroppo, è certo: viviamo in un brutto Ambiente e nell'era del centrodestra sarà sempre peggio.